”Euksal Herria”, alla scoperta dell’Athletic Bilbao. L’orgoglio basco sulla strada del Napoli per la Champions‏

Tifo identitario e valorizzazione del settore giovanile. Ed in più uno stadio che sarà una bolgia

Napoli e Bilbao, 1440 chilometri le separano, un destino le unisce. Il sorteggio del Play-off di Champions  mette, sulla strada del Napoli, il temibile Athletic. Forse il peggior avversario che potesse capitare agli uomini di Benitez. Squadra tosta, solida, estremamente orgogliosa. Con un tifo radicato sul territorio, legato a doppio filo con le tradizioni dei Paesi Baschi. Insomma, come nel caso del Napoli, una squadra che rappresenta un intero popolo, le sue aspirazioni e i suoi sogni. Ma andiamo a conoscerli meglio:

LA STORIA – La storia del calcio a Bilbao inizia a fine ‘800, quando la Biscaglia, provincia al confine tra Francia e Spagna, è il principale porto che collega il paese iberico con la Gran Bretagna. Qui, oltre alle merci utilizzate dalla nascente industria basca, arrivano anche centinaia di marinai inglesi che, assieme alla lingua di Sua Maestà e al tè alle cinque, portano con loro anche il gioco del calcio. In brave tempo il football si diffonde nei Paesi Baschi e nel resto della Spagna e, nel 1898, venne fondato l’Athletic Club. Da notare la parola Athletic, in inglese, per ribadire il legame con la terra d’origine del calcio.

Nei primi anni ci fu una forte rivalità con i concittadini del  Bilbao FC, ma nel 1902 le due squadre si fusero, dando vita al Bizkaia, una delle più forti squadre spagnole di sempre. Tra il 1903 e il 1914 il Bizkaia vince diverse volte la Coppa di Biscaglia. Dopo un periodo di appannamento, dovuto allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e alla partenza dell’allenatore inglese per il fronte, il Bizkaia, nel frattempo tornato a chiamarsi Athletic Club, inizia a fare incetta di titoli nazionali. Il calcio basco in quel periodo è tra i migliori d’Europa, come dimostra il numero di talenti baschi a disposizione dell’Athletic e della nazionale spagnola. In questi anni l’Athetic vincerà per ben quattro volte il campionato, riuscendo anche a siglare nel 30/31 il primo storico double del calcio spagnolo.

L’ascesa dell’Athletic subirà però una brusca frenata durante la Guerra Civile Spagnola. Ai baschi non verrà perdonato l’essersi schierati contro Francisco Franco. Verrà cancellato il Campionato Basco (che, visto il livello del calcio locale, non aveva nulla da invidiare al campionato nazionale), e lo stesso Athletic dovrà cambiare nome, tagliando ogni legame con l’Inghilterra e diventando Atletico de Bilbao.

Questa ondata repressiva di Francisco Franco, unita ad un’esasperata centralizzazione, e ad un’altrettanta repressione per le identità regionali, porterà l’Athletic ad una decisione storica. Mentre il calcio europeo si avviava verso l’apertura delle frontiere e verso l’ingresso massiccio degli stranieri, l’Athletic decise di continuare a puntare esclusivamente su giocatori baschi. Un modo per valorizzare il territorio, sfruttare la cantera, e ribadire, attraverso il calcio, l’orgoglio per il proprio essere baschi.

Il secondo dopoguerra sarà comunque ricco di successi, soprattutto nella Coppa nazionale. Ma saranno gli anni ’80 a ridare lustro al club basco. La dittatura di Franco è finita, la Spagna, sotto il nuovo re Juan Carlos, si avvia verso la democrazia, e l’Athletic può finalmente riacquistare la sua denominazione originaria. A questo ritorno alle origini si accompagna un periodo di successi, culminato nelle ultime due Liga vinte (82/83 e 83/84) ai danni del Barcellona di un certo Diego Armando Maradona.

Quei trofei saranno però il colpo di coda del grande Bilbao. Dalla seconda metà degli anni ’80 il club vive una profonda crisi di risultati, tanto da far mettere in dubbio il “modello Atheltic” e la possibilità di schierare solo giocatori autoctoni. Sarà solo con l’esplosione di una nuova generazione di talenti baschi, da Javi Martinez a Fernando Llorente, che l’Athletic riuscirà a lasciare i bassifondi della Liga (senza mai retrocedere in Segunda Division comunque) e a tornare a lottare per l’Europa. Fino ad oggi, fino al Play-off con il Napoli.

LA ROSA – Come detto l’Athletic, grazie alla sua politica di tesseramento, rappresenta una delle migliori espressioni di valorizzazione del settore giovanile. Quasi tutti i giocatori infatti provengono dalle due società affiliate: l’Athletic B e il Baskonia. Il veterano Iraizoz difende la porta del San Mames. Davanti a lui una difesa composta dal capitano Iraiola, dall’ex Liverpool (fu tesserato 18enne proprio da Benitez) Mikel San Josè, dal giovane francese (della Francia Basca) Laporte e da Balezinga. A centrocampo, solitamente schierato a tre dal tecnico Valverde, troviamo la coppia di mediani Iturraspe-Rico, entrambi cresciuti nella filiale del Baskonia, e il centrale, con licenza di inserimento, Benat Extebarria, tornato recentemente dopo una lunga parentesi al Betis. L’attacco, il reparto più completo, può contare su giocatori del calibro di Susaeta, idolo dalle parti del San Mames, sulla giovane stella Muniain e sul bomber Arduiz, figliol prodigo che, dopo aver girovagato per la Spagna, è tornato a far la fortuna della compagine basca. Il tutto sapientemente amalgamato dal tecnico Ernesto Valverde, ex giocatore dell’Athletic, tornato in panchina dopo aver fatto incetta di titoli in Grecia con l’Olympiacos. Valverde, che solitamente gioca con il 4-3-3 o con il 4-2-3-1, può inoltre contare su di una panchina di altissimo livello, nella quale figurano i vari Gurpegi, Ibai Gomez, Kike Sola ed Oscar de Marcos.

LA STELLA – Scegliere un giocatore simbolo in una squadra che basa la sua forza sul collettivo non è mia facile. E d’altronde, dopo la partenza di Fernando Llorente (o, dopo il “tradimento”, secondo i baschi), al San Mames manca un vero e proprio “idolo”. Il giocatore più temibile è però Iker Muniain, classe ’92, che può vantare già 151 presenze con la maglia dell’Athletic. Ala sinistra, ma all’occorrenza anche seconda punta o trequartista, è dotato un grandissimo dribbling e di un’ottima visione di gioco. Tanto da diventare uno dei migliori assist-man della Liga, per la gioia del San Mames e soprattutto del suo compagno Arduiz . Due curiosità: Munian è soprannominato Bart, a causa della somiglianza con il noto personaggio dei Simpson e soprattutto può vantare due record. È stato il giocatore più giovane ad aver esordito con la maglia dell’Athletic (16 anni, 7 mesi ed 11 giorni) ed è stato anche il più giovane ad aver segnato un gol (16 anni, 7 mesi e 18 giorni).

LO STADIO – Prendete un santo cristiano, un anfiteatro romano e un branco di leoni affamati. Prendete una chiesa in suo onore, e, dopo che è stata abbattuta, costruiteci uno stadio sopra. Così il avrete il San Mames (dal santo Mamete). Una vera e propria roccaforte, che ah resistito fino al 2013, anno in cui l’Athletic s’è trasferito nel modernissimo impianto appena costruito. Si chiama sempre San Mames e, anche se condivide in parte l’architettura con il vecchio impianto, di certo, dal punto di vista del calore, è identico al precedente.  240 milioni e 53mila posti, per un impianto da 5 stelle Uefa. Insomma, una vera e propria arena in cui le squadre, Real e Barça comprese, sono chiamate a recitare il suolo del povero Mamete, mentre le “bestie” dell’Athletic sono pronte a sbranarle.

IL TIFO – Se il Barcellona è mas que un club, l’Athletic è Euksal Herria, Paese Basco. Non c’è al mondo una squadra che, meglio dell’Athletic, leghi calcio, tradizione ed identità. Ed attorno ad essa si legano l’orgoglio e il senso d’appartenenza dei baschi. Un qualcosa difficile da trovare in altre parti del mondo. Forse, con le dovute proporzioni solo squadre come il Barcellona o, con varie eccezioni legate al modo personale di vivere il tifo, il Napoli possono in qualche modo avvicinare il legame che unisce l’essere basco (o catalano e napoletano negli altri esempi) con il tifo per la squadra della propria città. E questo, neanche a dirlo, si traduce in un amore viscerale, ed in un’autentica bolgia sugli spalti. Un San Mames pieno è un vero e proprio fortino inespugnabile. E non è un caso che anche le corazzate come Real e Barça, spesso e volentieri, a Bilbao ci lasciano lo scalpo.

Servizio a cura di Giancarlo Di Stadio

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