Il Cile tra Copa e società. Un breve viaggio tra le contraddizioni dei campioni del Sudamerica‏

Il Cile tra Copa e società. Un breve viaggio tra le contraddizioni dei campioni del Sudamerica‏

Da stanotte, notte fonda per noi europei, una striscia di terra di 17 milioni di abitanti è, per la prima volta nella sua storia, campione del Sudamerica. La più antica competizione calcistica per nazionali, per alcuni anche la più romantica, va ad arricchire la bacheca del Cile padrone di casa. La Coppa America, Copa America pardon, è una manifestazione che crea un miscuglio di romanticismo calciofilo e intrecci tra pallone e società. A vincere la Copa non è mai una squadra o una nazionale, come potrebbe accadere in Europa, ma è sempre un popolo nel suo insieme e nella sua unità. E tale si è dimostrato il Cile nello spingere i suoi verso la conquista del titolo.

L’ennesima occasione buttata al vento da parte di Messi per vincere qualcosa con la sua nazionale, unita all’imprecisione, purtroppo diciamo da Napoli a Buenos Aires, di Higuain dagli undici metri, consegnano la Copa al popolo cileno. Eppure, sebbene la Copa si giocasse in casa, la vittoria del Cile assume un significato tutt’altro che scontato. Proprio perché è il Cile stesso ad essere un paese tutt’altro che scontato.

Se volessimo ragionare con schemi mentali europei non potremmo mai capire perché la vittoria di stanotte è qualcosa di più di una semplice coppa alzata al cielo. Per capire questa Copa dobbiamo prima capire il Cile.

17 milioni di abitanti secondo l’ultimo censimento risalente al 2010. Tutti concentrati in una sottile striscia di terra che dalle Ande arriva fino al Pacifico. Ben 4.200 km di lunghezza e solo 200 km di larghezza, in quello che, a tutti gli effetti, è il paese più meridionale del mondo.

Una volta il Cile era il fulcro dell’Impero Inca. Poi arrivarono i conquistadores spagnoli  con le Bibbie e le croci, ma soprattutto con le spade e le malattie. Così l’Impero Inca crollò e, assieme ad esso, anche la popolazione amerinda. Attualmente infatti in Cile la popolazione amerinda costituisce solo  il 2% del totale, mentre la maggior parte è formata da meticci e da discendenti degli europei.

Al contrario del Brasile e dell’Argentina, paesi di massiccia immigrazione (soprattutto italiana), il Cile è un paese che ha visto, dinanzi ad una progressiva immigrazione (soprattutto tedesca e palestinese, come dimostra la fondazione del Club Deportivo Palestino) anche una grande emigrazione. Soprattutto negli anni ’70, quando Pinochet destituì il legittimo presidente Salvador Allende ed instaurò una feroce dittatura.

I segni di una vita tra autoritarismo e desiderio di libertà sono impressi nell’animo dei cileni, anche dei più giovani. L’economia è una delle più solide del continente sudamericano, ma negli anni ha vissuto diversi periodi di crisi, soprattutto durante gli anni della dittatura, dove furono applicate politiche liberiste che crearono grandi disparità sociali.

Disparità che, a distanza di anni da quel celebre referendum che “detronizzò” Pinochet (1988), sono ancora evidenti, soprattutto per quel che riguarda l’istruzione e la condizione di alcuni lavoratori. Il pre-Copa è stato infatti monopolizzato dalle proteste degli studenti per ottenere un sistema scolastico più equo, visto che quello attuale è, secondo loro, troppo elitario e troppo selettivo. Proteste a cui non sono stati immuni nemmeno i giocatori cileni. Il portiere Claudio Bravo cercò di spegnare il fuoco, marcando la distanza (e l’isolamento) dei giocatori rispetto alle proteste, il tecnico Jorge Sampaoli (il quale però è argentino) si schierò invece con la presidentessa cilena Bachelet e contro i manifestanti, suscitando grandi polemiche nel paese.

In Cile, e in Sudamerica, è così. Il calcio va di pari passo con il paese. Anche la vicenda dei minatori rimasti intrappolati e il loro conseguente video per la nazionale ai mondiali mobilitò l’intera opinione pubblica del paese. Così come l’incidente di Vidal ad inizio Copa divenne in breve quasi un caso di stato.

Se non l’avete ancora capito da quelle parti il calcio è più di uno sport, è una grande religione. Il motivo per cui intere popolazioni si uniscono in gioie e drammi nazionali. E il rigore decisivo di Sanchez, questa notte, di certo sarà stato idealmente calciato da 17 milioni di cileni. A cucchiaio, con strafottenza. Quella strafottenza tipica dei sudamericani…

Servizio a cura di Giancarlo Di Stadio


Iscritto alla Facoltà di Scienze della Comunicazione, presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, collabora con Iamnaples.it dal 2011. In particolare cura la rubrica settimanale “I Temi dela Serie A” e il format inedito di Iamnaples .it “Scugnizzeria in the World”. Durante le sessioni di calciomercato inoltre si occupa di fare un panoramica sul mercato della Serie A e Serie B con la rubrica “I Temi del Mercato”.

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