Napoli e Palermo, la ”questione meridionale” è anche nel calcio. Territorio, giovani e strutture le soluzioni per giocarsela alla pari con il ricco Nord‏

Il divario economico tra squadre del Sud e squadre del Nord è un dato di fatto. I club meridionali hanno però un vantaggio: il territorio

Scorri il calendario e ti soffermi su Napoli-Palermo. Pensi ai problemi degli azzurri, al perché la difesa subisca certi gol, al mercato estivo, alle scelte di Benitez. E poi pensi alle società, a Zamparini, con quella sua fama di mangia-allenatori e a De Laurentiis nel mirino dei tifosi dopo le promesse estive non mantenute. Poi vai a vedere anche le altre gare, un po’ per curiosità, un po’ per gufare le “solite note” e un po’ per il fantacalcio. E ti accorgi che Napoli-Palermo non è una partita qualsiasi. O almeno non è una partita qualsiasi in questa Serie A.

Già, perché se guardi bene ti accorgi che Napoli e Palermo sono le uniche due squadre del Sud, o almeno di quel Sud “storico”, quello che ci porta ad escludere un’altra meridionale geografica: il Cagliari. E, al netto dell’esclusione dei sardi, ti accorgi che Napoli e Palermo sono anche le due squadre del Sud ad aver ottenuto qualche soddisfazione a livello nazionale. Ben poche per la verità, e per la maggior parte conquistate dal Napoli, visto che il Palermo, oltre a qualche finale di Coppa Italia e a qualche apparizione europea non è riuscito a fare.

Una marcata differenziazione su base geografica che è un unicum nel panorama europeo. In Inghilterra vincono tanto i “settentrionali” di Liverpool e Manchester, quanto i “meridionali” di Londra. Stesso discorso in Spagna, dove i catalani del Barça e i castigliani di Real e Atletico fanno il bello e cattivo tempo, ma, storicamente, anche Valencia, Athletic, Siviglia e Deportivo hanno avuto momenti di gloria. E la Francia non è da meno, Psg, Lione, Marsiglia, Monaco, Nantes, Saint Etienne. Insomma distribuite un po’ ovunque. Forse solo la Germania ha una situazione paragonabile a quella italiana, con i team dell’Ovest nettamente più vincenti di quelli dell’Est (su cui però ha pesato l’improvviso passaggio dei club ex-DDR dal dilettantismo al professionismo), ma ciò non preclude ad una diversificazione geografica Nord-Sud tale da rendere vincenti sia i “terroni” del Bayern, sia i “nordici” del Borussia.

In Italia invece c’è stata una polarizzazione attorno all’asse Torino-Milano, con ben 82 titoli divisi tra queste due città. Sporadiche le incursioni delle romane, legate a periodi specifici quelle di Fiorentina e Bologna. Perse nel tempo quelle di Genoa e Pro Vercelli. Fatto sta che sotto al Garigliano lo Scudetto ha fatto visita solo due volte, entrambe a Napoli. E lo stesso vale anche per la Coppa Italia. Solo il Napoli è stato capace di interrompere, per 5 volte, il monologo centro-settentrionale, anche se, ad onor del vero, anche Catanzaro, Foggia e Palermo sono riuscite a raggiungere la finale.

Il motivo di questa disparità? Inutile girarci intorno, inutile nasconderci dietro ad un dito. Il calcio rispecchia la società. E nel calcio, come nella società, a fare le differenza sono i soldi. Juve, Milan e Inter vincono perché hanno, e hanno avuto, proprietà in grado di esercitare uno strapotere economico non indifferente, e di attrarre attorno a se i giocatori più forti, oltre che poter investire maggiori fondi nelle strutture societarie. Ed anche gli exploit di realtà provinciali del Nord sono legate, quasi sempre, a gruppi imprenditoriali e finanziari del luogo (basti pensare al Parma di Tanzi o, più recentemente, al Sassuolo di Squinzi).

Uno squilibrio economico che si riflette nel campionato di calcio. Dove Serie A e Serie B sono piene di squadre della provincia settentrionale, le cui proprietà sono legate ai locali imprenditori, mentre grandi centri, come Salerno, Lecce o Reggio Calabria si danno battaglia in gironi di Lega Pro capaci di attirare sugli spalti anche 30mila persone ad incontro. Con l’obiettivo primario non tanto di ottenere successi sportivi, ma quanto di far quadrare il bilancio, di poter pagare gli stipendi, di riuscire ad iscriversi e non dover ripartire da zero dopo anni di sacrifici.

E allora? E allora è inutile piangersi addosso. Non bisogna rinunciare al voler sfidare i colossi settentrionali, e non bisogna neanche sperare che un nuovo Maradona scenda a fare il “miracolo” (caso impossibile nel calcio moderno).

La strada invece e molto più semplice e passa attraverso le strutture e il territorio. L’unico modo per competere con chi ha una forze economica nettamente superiore è quello di sfruttare al massimo ciò che hai a disposizione. La valorizzazione dello sterminato patrimonio giovanile del calcio meridionale (che recentemente ha espresso giocatori come Zaza, Berardi, Insigne, Verratti ed Immobile, solo per citare i più celebri) deve essere un obiettivo imprescindibile per le squadre campane e meridionali. Legarsi al territorio,  non aspettare che arrivi l’osservatore dal Nord  a “scippare” i talenti.

Un discorso che dovrebbe, a maggior ragione, riguardare quelle poche società meridionali (Napoli, Palermo, Catania, ecc…) che dispongono di fondi da investire. A dire il vero qualcosa già s’è mosso, soprattutto in Sicilia. Torre del Grifo è un esempio da seguire, un centro sportivo che non ha nulla da invidiare a Milanello. E dalle strutture ai risultati il passo è più breve di quanto sembri. Non a caso Catania e Palermo sono da anni ai vertici del calcio giovanile.

E il Napoli? Purtroppo ancora una volta stiamo a constatare che, anche in quest’ambito, la società di De Laurentiis è paurosamente indietro. La proprietà non ha mai fatto in dieci anni un investimento importante per dotarsi di strutture di proprietà, insistendo sulla scelta di andare a prendere in affitto impianti in giro per la Campania. Avere tutto il settore giovanile a Sant’Antimo, in un centro sicuramente più attrezzato del “Kennedy” usato in precedenza, ha rappresentato sicuramente un grande passo in avanti. Tale miglioramento è coinciso, però, con la decisione di Benitez di allontanare da Castelvolturno la Primavera, togliendo al gruppo di Saurini la possibilità di allenarsi al fianco della prima squadra. Rafa ha bisogno di più campi con cui lavorare, era abituato a strutture molto più fornite rispetto all’Holiday Inn di Castelvolturno che il Napoli utilizza per la prima squadra. De Laurentiis gli aveva promesso un restyling generale su cui è in netto ritardo e a farne le spese sono stati soprattutto i ragazzi della Primavera che l’anno scorso hanno lavorato al “Kennedy” e quest’anno sono al centro sportivo di Sant’Antimo, già affollato con tutte le altre giovanili. Un club di spessore internazionale come il Napoli non dovrebbe avere tali limiti ma dovrebbe lavorare in un centro tutto suo, con la libertà per i tecnici di fermarsi magari anche un po’ di tempo in più per favorire la crescita dei ragazzi del vivaio, patrimonio indispensabile del Calcio Napoli. Strutture e scouting sul territorio rappresentano la strada da seguire; da questo punto di vista, con l’arrivo di Gianluca Grava, ci sono stati dei miglioramenti. Le rose di Primavera, Allievi e Giovanissimi Nazionali sono molto più competitive del passato ma bisogna aumentare gli investimenti a disposizione dei dirigenti e soprattutto spendere bene i soldi, spesso mal utilizzati con operazioni compiute all’estero per giocatori che non hanno fatto il fare di salto di qualità alle giovanili azzurre, figuriamoci poi in prospettiva prima squadra.

De Laurentiis giustamente più di una volta ha fatto notare il gap di fatturato che separa il Napoli dalla Juve e dalle milanesi. Osservazione impeccabile. Ma invece di farne un alibi, un motivo per rinunciare anche solo a provare a riportare a Sud il tricolore, sarebbe invece più utile trovare soluzioni. Juve, Milan e Inter hanno i soldi, il Napoli ha un vantaggio: essere l’unico top-club di un territorio (la Campania e il Sud) che sforna decine di giovani talenti.

C’è poi una considerazione finale: sarà mica un caso che nel Napoli del primo Scudetto mezza rosa era composta da giocatori campani?

Servizio a cura di Giancarlo Di Stadio

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