Alemao: «Azzurri, attenti con la Samp di Ciro è dura»

Ricardo adesso fa l’allenatore e cerca una nuova squadra

Il calciatore brasiliano del periodo d’oro:

«È un Napoli ben organizzato, con due o tre leader in campo che fanno la differenza. Perché gli allenatori sono importanti ma lo sono soprattutto i giocatori che durante la partita devono tradurre in azioni e comportamenti le idee del loro tecnico». Riccardo Rogeiro de Brito deve il suo soprannome Alemao, cioè tedesco, a un ingegnere amico del padre, che era per l’appunto tedesco di nascita, che vedeva, in quel ragazzino alto e coi capelli biondi e riccioluti, qualcosa che gli ricordava i bambini della sua Germania. A Napoli ha giocato 93 partire dal 1988 al 1992.
Alemao, questo Napoli è partito fortissimo. Come quello del secondo scudetto.
«Sì, è un bel segnale. Poi immagino la scaramanzia: anche noi rimanemmo imbattuti molto a lungo e incassavamo pochissimi gol. La prima gara la perdemmo a Capodanno, in casa della Lazio. E al San Paolo vincevamo contro chiunque. Un po’ come il Napoli quest’anno».
Segue sempre la serie A e il Napoli?
«Ovvio. Lì ho vissuto dei momenti assolutamente indimenticabili. Ho vinto una Coppa Uefa e uno scudetto in una città unica al mondo, che vive di calcio dal lunedì alla domenica. Senza pause».
Perché i campioni brasiliani snobbano l’Italia?
«C’è più crisi da voi che qui in Brasile. Però io non lo farei mai. Anche mio figlio, Alex, quando mi chiese un consiglio, gli dissi di tentare l’avventura italiana. E venne a fare un test vicino Napoli, al Savoia».
Oggi il Napoli affronta la Sampdoria di Ciro Ferrara
«Sulla carta non c’è partita, è enorme il divario tecnico tra le due formazioni. Ma se la Sampdoria ha il carattere e lo spirito di Ciro, sarà un osso davvero duro».
Si aspettava che Ferrara diventasse allenatore?
«Di quel gruppo in pochi hanno poi seguito la carriera di tecnico. Io lo ricordo come un ragazzo serio, simpatico, con una enorme voglia di imparare. Anche quando arrivò in Nazionale non smise mai di chiedere consiglio: è un amico, l’ho rivisto alla sua gara d’addio, sembra sempre un giovanotto».
E dai tempi del Napoli di Alemao che qui non si vince lo scudetto…
«Non è mai stato il Napoli di Alemao, semmai quello di Maradona. Quando hai la fortuna di giocare al fianco di uno come lui, deve sempre fare un passo indietro».
Come allora, la rivale è sempre la Juventus.
«Ho vinto uno scudetto e una Coppa Uefa. Ricordo come se fosse ieri la notte magica di Stoccarda e il pomeriggio in cui battemmo la Lazio all’ultima giornata di campionato. Eppure quel 3-0 al San Paolo contro i bianconeri, nei quarti di finale della Uefa, è una emozione che mi fa venire ancora i brividi».
Anche più del secondo scudetto?
«Due sensazioni assai diverse. Battere la Juventus per Napoli e i napoletani è stato sempre qualcosa di particolare. E noi l’abbiamo sempre avvertito».
Le dà fastidio essere ricordato come ”quello della monetina”?
«Quello che proprio non sopporto è che in molti continuino a pensare che io abbia fatto finta di essere stato colpito. Non è vero. Né Carmando né Maradona mi dissero di buttarmi a terra. Sono contento che i tifosi dell’Atalanta, con cui poi ho giocato, mi hanno creduto». Ancora si scalda?
«Sì. Sono passati vent’anni e ancora in tanti dubitano…Sono stato un giocatore sempre molto leale».
Cosa hanno in comune questo Napoli con quel Napoli?
«La solidità del progetto tecnico e la compattezza della società»
Pochi innesti ogni anno sono una fortuna?
«Andate indietro con la memoria: ogni estate Ferlaino non cambiava mai più di uno o due titolari. Nessuna rivoluzione e tanta continuità: anche quando cambiammo allenatore (da Bianchi a Bigon, ndr) rimase immutato il dna della squadra».
È Cavani il Maradona di questo Napoli?
«È uno di quegli attaccanti che fanno la differenza. In certi momenti è davvero fenomenale, poi quando gioca con l’Uruguay sembra spesso un altro giocatore. Evidentemente Mazzarri e il suo modulo sono per lui fondamentali».
Facciamo un gioco: chi è l’Alemao di questo Napoli?
«Non lo so. Ai miei tempi era una gara a darmi un’etichetta: una volta ero l’erede di Falcao, un’altra ricordavo Schuster. Ma io ero solo Alemao».
Con De Laurentiis ha avuto mai contatti?
«No. In passato il Napoli mi chiese qualche consiglio per qualche buon brasiliano che seguivo, come Nilmar e Dodò. Ma parliamo di una decina di anni fa. Poi adesso non faccio più l’agente, ma l’allenatore. Mi diverte di più».
Racconti la svolta.
«Nel 2007 mi chiamarono degli amici, nel Tupynambas. L’ultima esperienza alla guida tecnica del Central de Caruaru. Ora sono senza squadra. Se in Italia c’è un posto libero vengo volentieri».

Fonte: Il Mattino

La Redazione

P.S.

Tufano
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