Behrami vola alto: “Il Napoli è da scudetto. Juventus? Avremo la nostra rivincita…”

Le piace la definizione, “rock”?
«A Miami, in vacanza, si avvicina un tale e mi chiede: ‘Sei una rockstar, vero?’. Lo ha tradito la mia pettinatura».

Beh, ce l’ha nel sangue evidentemente. Ma sa anche suonare?
«No, al massimo seguo l’Nba. Per il resto, sono un calciatore e basta. Da sempre e per sempre. Ho lasciato l’atletica per il pallone: fino a 12 anni, a Lugano, giocavo a calcio e correvo anche i cinquemila».

 Tipo i campioni etiopi.
«Vabbè, insomma. Qualcosa ho vinto, però il mio futuro mi è parso chiaro piuttosto presto: se vincevo una coppa in una gara d’atletica ero felice, certo, ma se segnavo un gol in allenamento mi cambiava la vita».

E la vita è cambiata sul serio, grazie al calcio.
«Sì, e ne è valsa la pena, soprattutto perché ho ripagato i miei genitori di tutti i sacrifici: sono nato in Kosovo, ma a causa della guerra siamo andati in Svizzera, lontano da casa, con tutte le difficoltà del caso. Mio padre faceva l’operaio in una ditta di salumi e mia madre la collaboratrice domestica: sono riuscito a farli smettere di lavorare e la cosa mi rende molto fiero e orgoglioso. Mi fa felice e mi dà forza e stimoli in ogni istante. Per loro, per me. Per mia moglie Elena e mia figlia Sofia».

 Un uomo felice, Behrami.
«Sì, anche se resta una piccola cosa: concludere gli studi. A Lugano ho frequentato la scuola italiana, ma a un certo punto ho dovuto smettere per il calcio: all’epoca per i miei fu una delusione, ovviamente, ma prima o poi ce la farò».

Non resta che coronare tutti i sogni del calciatore, allora.
«Non ho mai vinto scudetti o coppe e ho scelto Napoli per questo: è un top club, e per me è già un traguardo eccezionale vestire questa maglia».

 Una maglia che aspetta uno scudetto dal 1990.
«Però io non dico quella parola e non mi sbilancio: ho capito che la gente è molto scaramantica e mi adeguo, ma è ovvio che ci crediamo. Ci speriamo. Sarebbe straordinario: ho visto i video dei festeggiamenti della Coppa Italia e non oso immaginare cosa accadrebbe per uno scudetto».

Beccato. Ha detto quella parola.
«No, no, dicevo in generale. Comunque abbiamo fatto un buon precampionato, e anche in Supercoppa abbiamo dimostrato di essere in grado di giocarcela con chiunque. Tutto dipenderà da noi e dalle motivazioni: sono fondamentali in ogni partita, a lungo fanno la differenza».

 Dovranno farla sin da domenica a Palermo.
«Ovvio. Sarà difficile, sia perché mancheranno giocatori fondamentali sia perché tutti danno più del massimo quando sfidano il Napoli. Però siamo prontisimi».

Lei giocherà?
«Beh, dovrei. Ma non so ancora in che posizione. Per me, comunque, non è un problema: sono al servizio della squadra, farei qualsiasi cosa. Decide Mazzarri».
Che impressione le ha fatto il tecnico?
«Grandissimo: lavorare con lui è fantastico, è un motivatore unico. E’ molto esigente, però ti lascia anche la libertà di vivere sereno. Il nostro è un gruppo speciale».

Pandev, suo grande amico, lo ha definito: “Lo spogliatoio migliore della mia carriera”.
«Sì, c’è un ottimo equilibrio. I compagni, poi, sono tutti ragazzi eccezionali. E’ la pura verità».

Il più divertente?
«Grava. Mamma quanto fa ridere».

Chi l’ha impressionata di più?
«Può sembrare banale, ma dico Pandev, Cavani e Hamsik. Loro fanno la differenza e a noi spetta il compito di metterli nelle condizioni migliori. Sono grandi campioni».

E Insigne?
«Forte. Forte, forte, forte. E intelligente. In B ha strabiliato, ma dicevo sempre che la A è un’altra cosa: beh, ho scoperto che quei numeri li fa anche con noi».

Di Pandev invece sapeva già tutto sin dalla Lazio.
«Sì ma oggi, al di là dei numeri da fuoriclasse, ho ritrovato anche un leader. Uno che trascina i giovani, dà l’esempio e aiuta a uscire dalle difficoltà. Ha vinto tanto e visto di tutto: può guidarci verso grandi traguardi».

Qual è l’obiettivo minimo stagionale?
«La qualificazione in Champions. Al di sotto sarebbe un fallimento».

Ha paura che fino al 31 agosto Cavani possa andare via?
«Eh, quando parli di un giocatore come lui, un animale vero, un attaccante incredibile inseguito da mezzo mondo, c’è sempre un po’ di timore. Comunque, sono discorsi del club».

Cosa manca al Napoli?
«Credo nulla, sulla carta siamo una squadra completa e tosta: abbiamo cattiveria, rabbia, qualità e corsa. Tutto dipenderà dalle motivazioni, contro le grandi e le piccole, ma le sette vittorie del precampionato hanno raccontato che abbiamo una mentalità vincente».

Quanto brucia la partita di Pechino con la Juve?
«Tanto, ancora tanto, ma ci ha dato la convinzione di essere una squadra importante. Anche i tifosi ci hanno riempito di complimenti: abbiamo onorato la maglia».

Che le dicono le date 21 ottobre 2012 e 3 marzo 2013?
«Le partite con la Juve! Vogliamo la nostra rivincita, ma dovremo costruirla lungo l’intero arco del campionato».

Chi sono le rivali del Napoli?
«Milan, Juve, Inter, Roma. Il campionato è molto livellato, sarà combattuto, ma non dimentichiamo l’Europa League e la Coppa Italia. Sarà una stagione piena».

Napoli, la città, le piace?
«Moltissimo, dai luoghi alle persone: ai miei ho detto che la gente, per la passione, ricorda molto i kosovari. Si parla spesso male di Napoli, ma vi racconto una cosa: ho dimenticato la carta di credito dal benzinaio e dopo un paio di giorni mi ha rintracciato. Non me n’ero neanche accorto. Gli ho portato una maglia: un ottimo scambio».

Un luogo e una pietanza?
«Capri e la mozzarella, non mangio altro. Ma mi dicono che è così per due mesi? Poi ti calmi».

 

Fonte: Corriere dello Sport

La Redazione

A.F.

Tufano

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