Edoardo Bennato: “Bagnoli, il mare e l’Ilva. Inviterei Sarri a cena, è figlio di questa terra”

Edoardo Bennato, 69 anni, napoletano e precisamente bagnolese. Come Maurizio Sarri. Vi proponiamo uno stralcio della sua intervista rilasciata al Corriere dello Sport:

Si dice bagnolese, Bennato?

«Proprio così. E’ una espressione di vita diversa, che nasce in un cosmo nel quale riscopri varie anime, perché qui nello stesso palazzo trovi o hai trovato quelli di Chioggia, di Livorno, di Bari, di Taranto, di Messina, di Trieste. E c’è, in questa fusione, un’essenza scanzonata ma comunque patriottica di chi sorride, senza piangersi dentro. Non siamo vittimistici».

Si dice sarriano, lei?

«Come non potrei! Ho il sospetto che mio padre ed il suo si siano conosciuti, perché chi ha lavorato all’Ilva ha avuto modo di condividere quel senso di appartenenza di chi fa sacrifici».

Si dice rock o lento questo Napoli?

«Sicuramente rock, senza alcun dubbio. E’ ruspante, non ha addosso il frac, né il doppio petto e neanche la giacca e la cravatta. Tu lo vedi: ha la tuta di lavoro addosso e va in campo perché vuol divertire e divertirsi».

Banalizzando: la classe operaia va….

«La classe operaia non c’è più ed il San Paolo è l’elemento coagulante in un Paese nel quale lo squilibrio tra i ricchi ed i diseredati è ormai divenuto pazzesco».

Ne ha adesso una, ovviamente: lo scudetto.

«Ma se io lo volevo anche quando eravamo in B! Il calcio è quanto di più eticamente scorretto, perché lo sport vorrebbe che ci si stringesse la mano alla fine di una sfida. Qui non c’è posto per De Coubertin, qui c’è l’opposto della sua teoria: pure io voglio vincere, s’immagini».

Lo stadio è per il calcio?

«Lo è stato, può esserlo, anche per la musica. Però vanno ricostruiti, ci sono zone secche, bisogna scavare, non è necessario avere gradinate così alte e distanti, terreni di gioco separati dalle piste».

Ha una serie di calciatori preferiti.

«Mertens, con il quale ci siamo fatti le foto a Miseno: credo fosse il quattro o il cinque di gennaio, lui era con dei suo connazionali, ma qui da noi c’era una giornata di sole meraviglioso ed il mare piatto, calmo, bello. Mi piace perché lo vedi: entra e vuole regalare gioia, cerca il dribbling, l’affondo, il gol. E mi è parso un ottimo ragazzo».

Ma ha anche il debole per…

«Gabbiadini: ha il fiuto del bomber, gli bastano pochi minuti. Vede la porta, la sente. Gioca meno degli altri, ma quando entra lo vedi che è forte».

Il titolo del suo ultimo album sa di messaggio subliminale: Pronti a salpare.

«Destinazione nota. Vorrei tanto poter festeggiare qualcosa, e ciò vuol dire una sola cosa. Non mi chieda in che modo: festeggerei e basta. Inviterei Sarri a cena, nonostante mi sembri un uomo abbastanza controllato, l’ideale per questa città che è straordinaria ma che si lascia andare, che ha una passione quasi ossessiva».

Ne avreste di cose da raccontarvi…

«Rivivere il fumo dell’Ilva, lo rivedrei nelle sue sigarette che mi dicono divora. La sua semplicità la avverti a pelle, è figlia di questo spicchio di terra che si chiama Bagnoli. La mia e la sua Bagnoli».

E così, vedendovi: «ma lasciateci sfogare, non metteteci alle strette».

«Vabbè, se succede, io faccio un po’ come mi pare… Perché la gioia a quel punto è di ognuno di noi. E sono certo che, venisse di nuovo, ritroverebbe molto della sua Bagnoli. Certo, è cambiata, eccome; però in lui, come in me, ha lasciato quell’impronta».

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