VIDEO – Rafael: ”Il mio idolo è Marcos. Vi racconto quando al Santos….”

"Ho tutto il tempo per ritrovare il Brasile"

Il portiere del Napoli Rafael Cabral, ha rilasciato una lunghissima intervista a Il Mattino. Ecco quanto evidenziato da IamNaples.it:

Rafael, da zero a 100: come va il ginocchio operato?
«Ho recuperato al cento per cento. Non ho nessun tipo di problema: ho lavorato sodo in questi mesi per arrivare a questo momento della stagione nel pieno della condizione».

È un messaggio chiaro: il Napoli non ha bisogno di altri portieri? 
«Io sono pronto alle sfide di quest’anno. A cominciare da quella in Champions. Ho giocato 11 partite lo scorso anno e la squadra è rimasta imbattuta con me. E spero che lo resti ancora a lungo. Sapevo, perché Benitez era stato chiaro, che avrei dovuto prima ambientarmi, che avrei dovuto attendere 5 o 6 mesi prima di poter giocare perché il calcio europeo non è come quello brasiliano, anche se in Brasile avevo vinto tanto con il Santos. Poi è arrivato l’infortunio, ma, grazie a Gesù, sono guarito».

Quanti sacrifici ha fatto per diventare quello che è adesso?
«Non credo di aver fatto tanti sacrifici. Il giusto. Quelli che fanno tutti i ragazzi che iniziano a giocare a calcio per passione, per istinto, e poi trasformano la passione e l’istinto in un mestiere».

Anche Rafael ha la sensazione che il Napoli possa vincere lo scudetto?

«Speriamo. Ora diventa importante partire bene, riprendere subito il nostro rapporto privilegiato con la vittoria. Benitez con la sua mentalità non fa che ripetercelo: dobbiamo superare il turno di Champions e abbiamo i mezzi per fare tanta strada in Europa».

A un portiere si chiede di trasmettere sicurezza più che adrenalina. 
«La regolarità è la cosa più importante per uno che fa il mio mestiere. Faccio qualunque cosa per evitare un gol: è
l’unica cosa che conta davvero per un portiere».

Anche per un portiere brasiliano?
«Il mio idolo è sempre stato Marcos. Ha vinto un Mondiale con uno stile di parare molto efficace. A lui mi sono sempre ispirato. Anche se quando andavo in porta da piccolo vedevo in tv le imprese di Taffarel con Brasile e Italia. L’ho incontrato l’estate scorsa prima della gara col Galatasaray, squadra in cui faceva il preparatore dei portieri e gli ho detto che se ero lì era grazie a lui».

Non ha avuto una vita semplice?
«I miei genitori hanno fatto sempre tanti sacrifici per farmi giocare perché non eravamo ricchi. Mio padre lavorava tutto il
giorno e poi mi accompagnava agli allenamenti a San Paolo. Per me papà Sergio è tutto: mi fa anche da mamma, adesso».

E grazie a lei che ha studiato?
«Ci fu un patto: ti mando a giocare ma solo se studi con impegno, mi fece promettere. Era la direttrice di una scuola e se ne è andata via quando avevo 12 anni. Io spesso, dal campo, mi giravo verso gli spalti anche quando lei non c’era più per cercarla. E mi sembrava di sentire la sua voce dirmi: “Ma che fai? Pensa a parare”. Ho mantenuto la promessa e ho sempre preso bei voti a scuola, ho un diploma in educazione fisica e sono anche andato all’Università».

Al Santos, a 16anni, in allenamento un suo compagno le spezza una gamba.

«Si chiamava Domingos. Sì, sono rimasto fermo quattro mesi, il mio primo infortunio. Ma sono stati i mesi più belli della mia vita: lì ho conosciuto la fede, ho imparato a leggere il Vangelo, a capire le parole di Gesù. Sono cattolico evangelista e riesco a superare con la preghiera ogni problema».

L’infortunio con lo Swansea le ha fatto perdere la Seleçao e il Mondiale? 
«Forse, ma ho tutto il tempo per ritrovare il Brasile. È il mio destino quello di rialzarmi: anche nel 2010 dovevo fare l’Olimpiade a Londra ma dieci giorni prima mi sono fratturato il gomito. Succede. Ma ovvio che adesso tutto passa per quello che
sarò capace di fare con il Napoli».

Benitez si fida di lei e ha detto: per me il titolare è Rafael.
«La sua presenza è stata costante in questi mesi in cui sono stato in Brasile per la riabilitazione, mi è stato sempre vicino e ha seguito passo dopo passo il mio recupero. Ricambierò la fiducia che ha in me».

Che Napoli sarà quello di quest’anno?
«Molto forte e determinato. Consapevole che ci sono squadre come la Juventus e la Roma che sono altrettanto competitive. Ma noi non ci sentiamo inferiori a nessuno».

Nello spogliatoio parlate di scudetto?
«Certo. Ci piacerebbe vincerlo anche per i nostri tifosi che sono il dodicesimo uomo in campo».

Saluterà Zuniga quando arriverà in ritiro?
«E perché non dovrei?!».

Tutto il Brasile ce l’ha con lui per il fallo al suo amico Neymar.
«Ho giocato con Neymar tanti anni, l’ho nel mio cuore. Abbiamo diviso tante cose al Santos. Ma so bene che Camilo non voleva fargli male, il suo è stato un intervento non cattivo, un fallo di gioco. Cose che succedono in campo».

In finale, poi, ha tifato per Higuain e Fernandez?
«Sono miei compagni e il rapporto che ho con loro è stupendo. Ma un brasiliano non potrà mai tifare per l’Argentina».

Ma nello spogliatoio di una delle squadre meno italiane che c’è, che lingua si parla?
«Qualsiasi. Poi se proprio non capiamo, usiamo il napoletano. E lì hanno imparato tutti a parlare. Anche Jorginho lo ha già imparato».

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Tufano

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