Cuore, orgoglio e cambiamenti tattici: Rafa ha scelto la via giusta ma c’è tanto da lavorare

Squadra versatile, modifiche sulla mediana e nello schieramento offensivo ma la vera svolta è psicologica

Continueranno a chiamarlo integralista perché in Italia c’è la dittatura del modulo nel calcio degli opinionisti. Se un allenatore gioca sempre con lo stesso schieramento di partenza, è considerato oltranzista, ripetitivo, poco incline al cambiamento. Come se il calcio fosse il Subbuteo, basterebbe ricordarsi che è uno sport di movimento. La meritocrazia nel mondo del pallone, così come in tutti gli aspetti della vita sociale italiana, non è quasi mai un valore riconosciuto ma nessun tecnico riuscirebbe ad ottenere successi, ad arrivare sulla panchina di grandi squadre senza avere la capacità di trasformare le squadre in corso d’opera. Non è stato integralista al Napoli Mazzarri che più volte ha cambiato in corso d’opera il suo 3-5-2 e non lo è assolutamente Rafa Benitez.

Non bisogna necessariamente cambiare il modulo per dare un’identità diversa alla propria squadra. Ieri il Napoli per varie fasi della gara ha giocato con il 4-3-3, gli “accusatori dell’integralista” se ne sono resi conto? In fase di non possesso Callejon s’abbassava sulla linea dei centrocampisti per sfruttare le sue capacità di corsa e la sua progressione devastante quando parte da lontano, Insigne era finalmente più stabile negli ultimi trenta metri e Michu provava l’inserimento centrale con Higuain che svariava su tutto il fronte d’attacco. Michu non è in condizione, ieri era più volte in ritardo ma ha fatto vedere qualche buono spunto, come il pallone recuperato che ha dato il via all’azione del palo di Insigne o il colpo di testa finito sulla traversa.

La tattica senza il cuore e il cervello è un’arte stucchevole ma può aiutare a far risalire la china ad una squadra ancora in difficoltà sotto tanti aspetti. L’approccio alla gara non è stato dei migliori, la manovra offensiva era disordinata, il Napoli non riusciva a trovare sbocchi, l’unica occasione nella prima mezz’ora arriva dai piedi di Higuain con un tiro dalla distanza abbondantemente alto, mentre il Toro metteva paura agli azzurri con un colpo di testa di Glik già prima del gol di Quagliarella.

“Dobbiamo trovare l’equilibrio”, è il concetto ripetuto da Benitez più volte nell’ultimo anno e mezzo. L’interpretazione della parola equilibrio è ampia, riguarda i meccanismi difensivi, la tendenza della squadra ad allungarsi in alcune partite e su questi aspetti c’è ancora molto da lavorare visto che il Toro ha messo in difficoltà il Napoli su situazioni prevedibili: cross dal fondo, palle inattive e un fuorigioco sbagliato.

I problemi della rosa ci sono ancora: il Napoli ha dei limiti sugli esterni bassi, solo Zuniga è efficiente in entrambe le fasi, Ghoulam soffre ancora in copertura, non ha un altro giocatore con le caratteristiche di Callejon nell’intensità e nella versatilità tattica e soprattutto in mezzo al campo non ha acquistato sul mercato un centrocampista in grado di fare le due fasi. Benitez deve convivere con questi problemi e ieri ha dato una variante anche al centrocampo: Inler e Gargano non erano in linea, l’uruguagio copriva le spalle allo svizzero più libero nella fase propositiva. Lo schema si è modificato con l’inserimento di David Lopez, lo spagnolo, più bravo a spezzare il gioco altrui, è andato a fare pressing alto sui portatori di palla del Torino, dai palloni recuperati sono nate le migliori occasioni e Inler ha agito di più davanti alla difesa, frenando la propensione offensiva e limitandosi di più alle sue capacità geometriche nel possesso.

TUTTO PARTE SEMPRE DALLA TESTA – La preparazione tattica delle gare è importante ma ciò che fa la differenza è sempre l’aspetto psicologico, il vero cruccio del Napoli post-Bilbao. Ieri gli azzurri hanno vinto con la testa, hanno trovato fiducia dopo il palo di Insigne. Ci si può parlare anche con gli sguardi e ieri la squadra l’ha fatto, ha acquisito la convinzione che non si doveva perdere, ha tirato fuori l’orgoglio, la rabbia, la cattiveria agonistica. Non è un caso che il migliore in campo sia stato Lorenzo Insigne, uno dei giocatori più inquieti dal punto di vista mentale. Insigne ha fatto tutto in questa gara: assist, gol, recupero del pallone e quelle due occasioni fallite nel primo tempo che facevano quasi pensare che la maledizione della porta del San Paolo stesse continuando. I segnali c’erano tutti, l’interesse dimostrato da Conte che sta valutando di lanciarlo nel ruolo di seconda punta, la tripletta di Roberto in Reggina-Cosenza a dargli la carica: dopo il gol Lorenzo si è trasformato trascinando anche i compagni.

IL CAMPIONATO DEGLI UMANI E’ APERTO – E’ ora d’abbandonare gli esagerati catastrofismi, il Napoli è in ripresa, tre vittorie consecutive non sono casuali. Tutto è ancora aperto, la squadra potrebbe chiudere anzitempo i conti nel girone d’Europa League, ci sono Supercoppa e Coppa Italia, il campionato degli umani è ancora aperto, Juventus e Roma sono di un altro pianeta, lo diciamo dall’estate. Lo scudetto se lo giocheranno loro, anche se la partita dello Juventus Stadium è un segnale inquietante proprio perché la storia si ripete. Ciclicamente alla Juve nelle contese scudetto è favorita dagli arbitraggi: il gol di Muntari in Milan-Juventus del primo scudetto di Conte e ora i disastri di Rocchi nella sfida contro la Roma. Il Napoli ci è passato due volte, lo scontro al vertice con gli azzurri di Mazzarri fu indirizzato anche dagli orrori arbitrali in Catania-Juventus, poi nella scorsa stagione il big-match dello Juventus Stadium era già 1-0 al 1’ con gol di Llorente in fuorigioco e Rocchi direttore di gara, lo stesso di ieri. E’ sempre tutto un caso o c’è un evidente problema di condizionamento psicologico degli arbitri?

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