L’addio a Pacileo, storica firma del giornalismo sportivo napoletano

Ritratto di un uomo che ha fatto scuola

Nemico com’era delle iperboli e dei giudizi assoluti, la parola “migliore” Peppone Pacileo l’aveva pressoché bandita dal vocabolario. Eppure non me ne viene un’altra per ricordarlo. È stato il migliore per talento, competenza, sensibilità d’animo. Ha avuto rivali, forse. Nemici mai. Il capo Riccardo Cassero, da lui definito “generale Casser”, lo onorava come un prete all’altare. Romolo Acampora gli voleva bene come un fratello. Peppone non negava un consiglio a nessuno. Quando m’incrociò in redazione per la prima volta mezzo secolo fa, ero un ragazzino, mi interrogò a lungo e concluse: «Tu sei uno che o abbatti il re o ti fai tagliare la testa». Era un campione nel tempo in cui i giornalisti sportivi veri erano scrittori, non analfabeti urlanti in tv. Ebbe Gianni Brera per amico di dialoghi e di mangiate da Dante e Beatrice in piazza Dante. La sua personalità è stata così prorompente da essere amata perfino da chi non era in grado di capire ogni dettaglio dei suoi articoli. Una volta scrisse che quel terzino era un botolo ringhioso, inevitabilmente uscì “botola ringhiosa”. S’ingrifò, ma per poco. Sapeva leggere di greco e di latino, conosceva una decina di lingue, raccoglieva libri e film famosi, li citava a memoria. Poteva essere un grande articolista, uno straordinario inviato, eppure non volle mai lasciare il guscio del pallone. Sarà stato anche per quella vista traballante che lo portò a ripetuti trapianti, con quel binocolo potente come un telescopio si sentiva sicuro. Tutti ricordano il temerario 3,5 che mise in pagella a Maradona a Udine. Diego lo attese davanti agli spogliatoi con il Mattino in pugno, ne fece una palla e gliela scagliò contro. Peppone la scansò senza muovere un muscolo della faccia. Pochi sanno però che dopo quell’episodio chiese al direttore Pasquale Nonno di cambiargli di ruolo, giacché temeva di poter essere prevenuto nei confronti di Maradona; manco a dirlo, fu messo alla porta ridendo. Siamo rimasti amici-fratelli, col tacito patto di non parlare mai del giornale per evitare la tentazione del pettegolezzo. Nei momenti difficili era sempre lì. Laico fino al midollo, era uno spasso telefonargli nelle feste e parlargli di natività e resurrezione. Nelle disavventure ha avuto la “sciorta” di avere accanto la moglie Bianca, dolcissima quanto tosta, e il figlio Angelo.

Fonte: Il Mattino

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