Benitez e il 4-4-2 al Valencia: vinse due titoli nazionali e una Coppa Uefa

Nel Valencia lo schema, difesa solida e rapide ripartenze

Quando all’inizio del Duemila trasforma il Valencia in terzo incomodo tra i Grandi di Spagna, Rafa Benitez è ancora lontano da quel modello tattico (4-2-3-1) divenuto in queste ultime stagioni il marchio di fabbrica del suo modo di far calcio. Per carità, maniacale com’è, lui già studia, segue, annusa le novità che ci sono in giro, ma alla fine, come fanno in tanti, s’aggrappa soprattutto allo sperimentato e più rassicurante 4-4-2. Del resto di quel modulo del quale poi diventerà maestro, si sa ancora poco. Sì, nel ’98 Jacquet ci aveva vinto il Mondiale con la Francia e prima ancora Victor Fernandez ci aveva girato intorno con il Celta Vigo, ma il modello era ancora incerto, fumoso. Era ancora più un’idea che un disegno vero, un profilo definito sulla lavagna e poi trasferito in campo. Forse, anzi, sicuramente, neppure il francese e lo spagnolo percepivano allora che quei loro esperimenti anni dopo avrebbero aiutato altri ad aver successo. In verità pure Del Bosque ci arrivò vicino. Ci provò infatti con il suo Real, ma non lo mise a punto bene. Troppo prevedibile il gioco che ne veniva fuori. Una comodità per gli avversari e allora rapido dietrofront e solita altalena tra il 5-3-2 e il 4-4-2. 

IL FINTO CENTRAVANTI – Insomma, bisognerà aspettare Spalletti (e Andreazzoli), la sua Roma e la splendida interpretazione che del ruolo di finto centravanti darà Totti per favorire l’inserimento delle ali e dei centrocampisti, per dare a quell’idea mai compiutamente sviluppata il diploma di modello tattico reale. Riproducibile sul campo, insomma. Come si fa con gli esperimenti in laboratorio prima di annunciare una scoperta. Cosicché a quel tempo il signor Rafa al Valencia resta saldamente, felicemente aggrappato al 4-4-2. Tanto felicemente che tra il 2002 e il 2004 vince due scudetti e una Coppa Uefa sfruttando ed esaltando il lavoro cominciato da Claudio Ranieri ed Hector Cuper, suoi predecessori su quella panchina. 
LA DIFESA IL PUNTO FORTE – Quello di don Rafael è un 4-4-2 classico. Da letteratura del pallone. Con interpreti, tra gli altri: Canizares in porta, Amedeo Carboni e l’ex napoletano Fabian Ayala a far forte la difesa, Aimar e Rufete in mezzo al campo e Angulo prima punta. Insomma, nessuna alchimia. Come facevano gli allenatori di una volta: il piede destro a destra e il sinistro a sinistra, ali agili, sovrapposizioni dei terzini e di Carboni in particolare, due affidabili centrali di difesa, due mediani: uno più di copertura e l’altro più di costruzione. Va forte quella squadra impostata soprattutto su una fase difensiva che è e resterà la specialità di quest’allenatore. Di gol, infatti, ne incassa solo 27 contro i 44 del Real. L’attacco, però, fa troppa fatica. Infatti, mette a segno soltanto 51 gol contro i 69 della formazione di Madrid. 
ATTACCO IN CRESCITA – Insomma, vince la Liga, Benitez, ma non tutto gli va a genio di quel suo Valencia. Bisogna migliorarlo là davanti. E ci riesce, se è vero come è vero che due anni dopo rivince il campionato, ma con numeri diversi. Assai più entusiasmanti: 77 punti, 23 vittorie, miglior difesa con 27 gol subiti ma, stavolta, anche 71 gol segnati. Appena uno meno del Real di Carlos Quieroz che però finisce quarto perché di gol ne becca giusto il doppio del Valencia. 
COPPA UEFA – E’ tutto? No, perché a maggio del 2004, nella finale di Goteborg la squadra di Benitez batte il Marsiglia di Drogba e porta in Spagna pure la Coppa Uefa. E anche questo successo – il terzo e ultimo della sua breve eppure intensa avventura valenciana (perché di lì a poco comincerà la sua storia inglese con il Liverpool), Benitez lo àncora al suo inossidabile 4-4-2, sempre con Canizares portiere Carboni e Ayala punti fermi dietro, Vicente e Rufete esterni alti, come si dice adesso, e davanti la coppia Angulo-Mista. E in quella finale arbitrata da Collina fortemente contestato dai francesi, Rafa Benitez si permise pure il lusso di tenere in panchina in certo Pablo Aimar e un tale Momo Sissoko. 
Fonte: Corriere dello Sport
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