Buffon: “Conte sembra un leone in gabbia. Sulla Supercoppa…”

"Partita di Sofia? Non bisogna sottovalutare alcun impegno"

FIRENZE – Come tradizione in ogni inizio ritiro azzurro, oggi è stata la giornata di Gigi Buffon. Forse meno rutilante del solito ma non meno sorprendente, su un argomento delicato per l’universo juventino come Zeman. Ma andiamo con ordine.

Buffon, si riparte. Giusto essere preoccupati per questo esordio a Sofia?
«Nel nostro girone sulla carta siamo noi la squadra leader. Alle nostre spalle ci sono tre, quattro squadre che possono ritagliarsi il ruolo di outsider, tutte avversarie che rispettiamo molto; per batterle non bisogna sottovalutare alcun impegno, a partire da questo iniziale in Bulgaria»

A Sofia potrebbe esserci una chance per Giovinco. Siamo davanti a un giocatore finalmente compiuto?
«Seguendo la sua carriera mi pare evidente che Sebastian abbia voluto mettersi in discussione per dimostrare di essere giocatore di livello internazionale, in possesso di giocate importanti anche ad alto livello. Parma è servita a lui per dargli consapevolezza della sua forza e del suo valore e per dimostrare ai suoi detrattori, che ne facevano una questione di altezza, che ha tanta classe e  che può emergere anche in Europa. Il suo inizio nella Juve lo sta certificando»

Questa Juve lanciata ha convinto Prandelli a imitarne l’assetto passando alla difesa a 3. Cosa ne pensa?
«Noi siamo disponibili a tutto. Abbiamo la conoscenza dei due moduli. In base a quello che il mister ritiene più opportuno compie poi le sue scelte. Penso che in questo progetto iniziale, dato che non si può fare regali agli avversari, andare a cercare certezze è la cosa migliore»

Giusto dire, come fa lui, che la crisi può essere un’opportunità per il movimento?
«La disamina di Prandelli è giusta, quello che è successo è stato purtroppo una scelta obbligata, più che il rispetto di un progetto. Tanti ragazzi prima costretti ad andare altrove, potranno dimostrare qui il proprio valore, e in chiave azzurra una buona cosa. Secondo: direi che tutto questo offre un’opportunità per gli allenatori per far capire la propria reale capacità di incidere, come è accaduto da noi un anno fa con Conte e come in genere accadeva prima nei club medio bassi. Le grandi no, gestivano, ma non miglioravano il calcio»

Però se uno ha Zidane e Trezeguet le cose sono più semplici…
«Sono cose diverse. Se hai il singolo campione che si integra, è un valore aggiunto. Non è certo il caso dei due fuoriclasse ricordati, ma in genere il campione ha una parte narcisistica per cui il gioco deve esaltare le proprie caratteristiche. Io ho sempre pensato che il grande campione deve mettersi al servizio della squadra. L’esempio massimo ora sono i Messi, gli Iniesta».

Prandelli chiede da tempo ai club la possibilità di poter lavorare di più. Con i crediti azzurri accumulati pensa che adesso otterrà quello che voleva?
«Chiedere tanto per chiedere non porta a nulla. A inizio di ogni percorso serve un confronto sulle diverse esigenze che possono servire al nostro movimento. Bisogna convincere gli altri serenamente per ottenere il necessario»

Cosa servirebbe, secondo lei?
«Quello che aveva chiesto il mister: un maggior coinvolgimento dei club, per trovare soluzioni insieme, società, Nazionale e giocatori. Penso sia possibile trovare un punto di caduta comune».

Giusto vivere queste partite di qualificazione, con 25 convocati come fosse uno stage?
«Anche questo tipo di convocazioni serve per capire meglio i giocatori. E’ giusto e doveroso. Soprattutto per vedere crescere i giovani. Negli stage veri e propri poi non serve chiamare un Buffon ma un giovane per valutarne la crescita»

Veniamo alla Juve. Siete pronti per la Champions?
«Dobbiamo essere pronti, dopo quasi tre anni che non la giochiamo. L’obiettivo dello scorso anno era quello di tornarci (non certo vincere lo scudetto). Ora, ripeto, dobbiamo essere pronti».

Una Juve tra campionato e Champions…
«Nel nostro ambiente c’è spesso poco equilibrio. Il tifoso della Juve, dopo due anni nefasti, si è esaltato in modo spropositato, dopo il successo della passata stagione. Ora le esigenze e le aspettative sono sempre maggiori, ancora di più per una squadra come la Juve, voglio dire con la storia che ha. I tifosi e anche noi magari giustamente dobbiamo cullare certi sogni. E allora dico che ci sono due o tre squadre più forti di noi in Europa, con le altre ce la possiamo giocare, senza presunzione»

La squalifica di Conte, visto come siete partiti, pare che non vi tolga nulla
«Se lo affermassi il messaggio che può passare diventerebbe “non cambia nulla”. Non è così. Un tecnico come il nostro ha caratteristiche “incidenti”. Il suo capolavoro dell’anno scorso, oltre al gioco e alla voglia di vincere che ci ha trsmesso, dicevo il suo trofeo più importante è stato trasmetterci la consapevolezza della nostra forza. Quello ci è rimasto e ci sta aiutando anche adesso che lui è fuori, ma dire che la sua assenza ci aiuta, questo proprio no»

Come le appare in questo momento?
«Come un leone in gabbia, anzi, per come guarda le nostre partite come un leone in un gabbiotto… la metafora ci sta. Prima della partita cerca di concentrare tutte le cose che avrebbe fatto e detto in poco tempo, ovvio che tutto questo non gli piace»

E Buffon, a 34 anni, cosa vede davanti a sé?
«Non ci penso. Direi una bugia. Porto discretamente bene gli anni che ho, ho un’ottima condizione fisica, come si è visto nell’ultimo anno e mezzo, ho un buon entusiasmo, ho ancora la giusta rabbia/voglia di vincere. Detto tutto questo vado avanti serenamente».

Anche quando dice che non ha più una reattività esplosiva?
«Lo ha detto Arrigo Sacchi, lui è un mio estimatore. Per lui sono il migliore, poi ha aggiunto: “Non è reattivo come a Parma”. E vorrei vedere! Avevo 20 anni… Ma io mi preferisco ora:  perdi delle cose ma ne  acquisti altre, col tempo. La verità è quella. A 34 anni non puoi avere le qualità di uno di 20. Ma la costanza di rendimento è indipendente dalla reattività, per quello serve la testa, che migliora con l’andare delle stagioni»

In questo senso Totti…
«C’è poco da dire, o cercare altri aggettivi: lui è un campione infinito! Ovvero è lui che decide di fare la differenza, di mettersi in discussione. Ho contatti con l’ambiente romano e so che già dal ritiro Francesco ha fatto capire che l’approccio era quello di uno che decide lui quando chiudere le serrande».

Del Piero è stato diverso?
«Per Ale la differenza la fanno gli ulteriori due anni che ha, che dopo una certà età incidono molto. Ma la scelta non è dipesa da lui, però…»

Ce lo vede in Australia?
«Gli auguro il meglio. Undici anni di legame nella Juve, anche di più se ci metto la Nazionale. Quando condividi tanto diventi legato in modo forte col giocatore, anzi con l’amico. L’Australia? Se sarà si tratterà di una scelta particolare ma che ci può stare, che condivido»

Mentre Ale se ne va qui i campioni stentano ad arrivare
«Certe scelte dipendono da tante situazioni che circondano il nostro calcio e che non ci fanno onore. Più c’è la situazione economica dei nostri club che si sono ridimensionati, più c’è il “contesto”, intendo dire gli stadi che, tranne tre o quattro casi, non sono certo il massimo. Tutto alla fine incide sulle scelte di un professionista o di un campione. In più,  tranne la Nazionale, che in 6 anni ha vinto un mondiale ed è arrivata in finale all’europeo, non è che i club abbiano fatto grandi cose, e quindi non attraggono».

Poi si arriva all’assurdo Berbatov
«La verità la solo lui, ho letto che ci sono state interferenze, c’entra la moglie, il suo vecchio allenatore che lui ha rivoluto. Penso che uno alla fine compie la scelta che lo appaga di più, che gli garantisce l’equilibrio totale, compreso magari quello familiare»

I personaggi comunque non mancano. E’ esplosa nuovamente la “Zemania”. Lei cosa pensa del boemo?
«Zeman è sicuramente uno che dà un ‘impronta netta a una squadra, nel 90% ottiene risultati strabilianti attraverso un gioco divertente. Ora è a Roma: la rivalità con la Juve ci sarà sempre perché c’è sempre stata. Sta anche a noi addetti ai lavori creare alla vigilia un clima che resti sotto la soglia di  pericolo, perché togliere del tutto la tensione non sarà possibile»

Zeman non parla solo attraverso il campo…
«Io dico che merita che si parli di lui per quello che ha fatto in carriera come allenatore, compreso il miracolo Pescara fino a quello che sta facendo a Roma. Merita di essere applaudito per risultati incredibili ottenuti, per il gioco divertente a misura di tifoso. Il bello è che lui ha una stessa idea di calcio da 20 anni, che propone alla stessa maniera, eppure sempre godibile per la sua squadra e per chi la guarda»

E le sue polemiche con la Juve e con Conte?
«Quello che dice, a torto o a ragione, non sarò io a giudicarlo; ho 30 anni di meno, e in più è giusto che ognuno abbia la libertà di esprimere il proprio parere. Ripeto: per me il suo valore è il calcio giocato, quello che sa trasmettere a squadra e ai tifosi»

Zeman o non Zeman, che clima sente crescere intorno a questa Juve?
«Non dei migliori. E’ un clima che non suscita entusiasmo nella società e nei giocatori. A Udine per esempio non c’era motivo di lamentarsi, il rigore c’era… Certo, siamo solo a settembre…E’ inutile fare dichiarazioni coi migliori propositi se poi non si rispettano»

Ma lei a Pechino, in caso di sconfitta, avrebbe disertato la premiazione come hanno fatto i suoi colleghi del Napoli?
«Guardate, nelle squadre si pensa di gruppo, non come singoli. E quella è stata una scelta della società. Anch’io non sarei andato se me lo avesse detto la società. Bisogna pensare a tante situazioni, a tanti equilibri, in una realtà come può essere quella di Napoli, con la squadra che rappresenta una città»

Questa Juve si sente sola contro tutti?
«No, sarebbe copiare quelli che si lamentano sempre e creare alibi. Noi ci sentiamo soli contro tutti solamente in campo, quando affrontiamo un avversaria»

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Fonte: Corriere dello Sport
La Redazione
C.T.

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