Dai fischi agli applausi: “ah, se il Napoli avesse undici Gargano…”

Non è da tutti trasformare i fischi (di una parte dello stadio, per la verità) in applausi. E non è facile esprimersi a certi livelli in un ambiente così ostile. Walter Gargano è riuscito nell’impresa adoperando un sistema semplice quanto efficace: l’impegno, la serietà professionale, la caparbietà. Quei fischi come se non li avesse mai sentiti; e quei cori come se fossero stati incitamenti a dimostrare che dagli spalti si sbagliavano. Gargano, mai perdonato da una minoranza di tifosi napoletani per aver dichiarato all’atto del prestito ai neroazzurri due anni fa, di scegliere l’Inter quando giocava alla play station, con il Palermo è stato il migliore dei suoi. Novanta minuti giocati con un’intensità fuori della norma, impreziositi anche da giocate di qualità, con pressing portato a tutto campo. Tanta la generosità che in un paio di occasioni è venuto a trovarsi anche nella propria area di rigore su azioni da angolo degli avversari. E il pubblico non ha potuto fare a meno di ricambiare la tenacia del tamburino di Paysandù con applausi sentiti e sinceri. «Ah, se il Napoli avesse undici Gargano», esclamava qualcuno in tribuna. Proprio perché in un momento così difficile, il pubblico del San Paolo vorrebbe undici combattenti. E Gargano sta interpretando nel migliore dei modi il ruolo del piccolo gladiatore. A dispetto dei fischi che piovono dalla curva; o dei cori dispregiativi rivolti al suo indirizzo. Una situazione che con un minimo di chiarezza tra le parti si sarebbe potuta tranquillamente evitare. Gargano non ha mai inteso offendere il Napoli con quella dichiarazione di circostanza resa al momento del passaggio all’Inter; al Napoli, il club che lo ha voluto per primo in Italia, si sente particolarmente legato; ed a Napoli, dove ha conosciuto Miska (la sorella di Hamsik) si trova così bene che voleva a tutti i costi tornarvi. Ma a volte, basta un niente per creare dei malintesi. Così come basta poco per riconciliarsi: mostrare attaccamento alla maglia, dare tutto se stessi in campo, mettersi al servizio del collettivo.

EX ESUBERO. Doveva riscattarlo l’Inter un anno fa e non tenne fede alla parola data a De Laurentiis. Doveva poi tenerlo per un’altra stagione il Parma ma preferì non esercitare l’opzione per motivi economici. Così Gargano s’era aggregato al Napoli per il ritiro estivo ma rientrando nella lista degli esuberi. Finché Benitez, in vista dei preliminari di Champions, non realizzò che un centrocampista con quelle caratteristiche mancava in organico e volle trattenerlo. Gli parlò a quattr’occhi, lo impiegò nelle amichevoli ed infine con l’Athletic Bilbao laddove venne ripagato con una buona prestazione, convincendo De Laurentiis.

LA METAMORFOSI. Ma Gargano, rispetto alla prima esperienza nel Napoli di Reja o quello di Mazzarri, era cambiato sia come uomo che come calciatore. Più maturo dopo il matrimonio, più responsabile e anche padre premuroso di due bambini. Ma il cambiamento più evidente è stato sotto il profilo tecnico: Gargano ha realizzato che nel gioco di Benitez non andava bene portare la palla, è diventato più svelto e anche più preciso nel servire il compagno smarcato e infine ha acquistato la sicurezza nel provare la giocata importante o anche il tiro dalla distanza (palo con l’Udinese). Insomma, è cresciuto sotto tutti i profili, sia quello umano che tecnico, anche se qualcuno si ostina a giudicare il Gargano di una volta, tralasciando di notare quanto produca effettivamente in campo, un calciatore che nel tempo ha saputo correggere i propri difetti senza mai perdere la sua proverbiale generosità, quella che alla fine paga sempre.

fonte: Corriere dello Sport

Tufano

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