Il campione e gli occhiali, il primo fu Hamsik

Vezzo o necessità: non sempre la montatura vistosa nasconde un difetto. Ma altre volte il problema è serio

Vezzo o necessità. Tendenza o dannazione. Talvolta escono dagli spogliatoi e suscitano una risata, con quegli occhialoni. In altri casi c’è poco da scherzare. E’ un rapporto complesso, quello fra il campione e la vista. Storie di calciatori a cui il campo d’improvviso è apparso sfocato e la disperata ricerca delle lenti a contatto è diventato aneddoto del medico di turno. Guai a non portarne un paio di riserva in panchina. Poi ci sono quelli che girano con montature così vistose da far immaginare chissà quale difetto: e si viene a sapere che Marek Hamsik accusa solamente 0,25 gradi, che gli occhiali sono da riposo e che la porta la vede benissimo. Il Johnny Depp della Roma e della Nazionale si chiama Pablo Daniel Osvaldo: soffre di una leggerissima presbiopia, l’accessorio lo aiuta a leggere da vicino, il pallone quando viaggia da lontano non ha difficoltà ad inquadrarlo. In principio fu Annibale Frossi oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, ala dell’Ambriosiana Inter due volte campione d’Italia: un elastico dietro alla nuca lo aiutava a non separarsi mai dalla preziosa protesi.  In America ci sono giganti dell’Nba che si litigano la paternità della moda: qualcuno sostiene che i Nerd siano semplicemente figli di Spike Lee. La serie A conta tante “lentine” (Federico Balzaretti è un rappresentante), qualche intervento chirurgico per eliminare la miopia (l’ultimo è stato quello di Mario Balotelli) e un paio di casi delicati: il glaucoma di Edgar Davids e l’infiammazione al nervo cranico di Gennaro Gattuso. Bisogna essere insensibili, per riderci sopra.

Fonte: Corriere dello Sport

La Redazione

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