Santana-Fernandez, il ritmo è argentino

Avanti un altro e poi un altro ancora: perché ormai c’è un filo azzurro che lega Napoli a Buenos Aires e non c’è da scomodare il Mito per andare a scoprire le ragioni. L’ora e mezza di Fernandez, l’ora e mezza di Santana: la colonia dalla quale attingere è ricchissima, abbondante e in questo rimpastino alla partenopea, le storie si arricchiscono di nuovi capitoli e allargano il fronte. Campagnaro già c’era, Lavezzi pure: ma nel rimescolamento con il cronometro in mano per contenere il minutaggio di ognuno ed evitare sovraccarichi di lavoro, ciò ch’emerge dalla panchina è un tandem sudamericano made in Argentina pronto l’uso, un difensore ed un jolly da calare su un tappeto verde sì, però anche rovente.

EL FLACO ANCHE LUI – Il nomignolo è già impegnativo, però mica è colpa sua: el flaco, il magro, come Luis Cesare Menotti, diamine, il Ct del primo mondiale dell’Argentina; però el flaco, quell’altro magro, Javier Pastore. Ma chiamano el flaco pure Federico Fernandez, ventidue anni, già una Libertadores nel libro dei ricordi, prima di finire nel Napoli per tre milioni di euro e tentare di ripercorrere la strada d’una marea di connazionali arrivati prima di Diego e soprattutto dopo, e da lui sempre illuminati in quel giardino ch’è il San Paolo.
Riecco Fernandez, che dal Chievo in giù s’è preso qualche comparsata, però è cresciuto nel chiuso di Castelvolturno a memorizzare i codici della difesa a tre, a mostrare il suo talento già vivo, però, da europeizzare: fuori Cannavaro, il capitano, e dentro el flaco, un ragazzone al quale certo non hanno un piacere ad affibbiare un soprannome del genere, però portato in giro con leggerezza, con quel fisico da granatiere ch’è una garanzia, con le credenziali d’un predestinato prenotato nell’inverno scorso da Bigon per tre milioni di euro e poi portato in Italia solo sei mesi dopo, al termine di una stagione produttiva nell’Estudiantes. Spazio a “el flaco”, però stavolta da centrale, la zona preferita, una sorta di esamino in vista dell’Allianz Arena, cattedrale moderna del calcio negata a Cannavaro per squalifica e più o meno consegnata al talentino sudamericano definito il nuovo Samuel: perché uno magro può anche essere un muro.

CERI A SANTANA – Il tango dalla trequarti in su è in salsa sudamericana, confuso tra le veronche di Lavezzi, le scariche di adrenalina di Cavani e i dribbling di Mario Santana, riemerso dallo scanno dove si è (spesso) accomodato e invitato a fornire risposte convincenti. Non è facile sopravvivere in quel limbo in cui si viene confinati dalla presenza di tre tenori, ma Santana ci riprova, memore delle sue qualità, del suo passato e dall’accoglienza che sono in grado di garantirgli amici di quella stoffa: la sua Napoli, per ora, è in quei ritagli di partite raccattate qua e là, l’avvio così così a Cesena prima di far posto ad Hamsik, la serata grigia collettiva di Verona chiusa concedendo lasciando di nuovo il posto ad Hamsik, poi un ruolo un po’ defilato, sommerso dall’autorevolezza d’un trio che congelerebbe chiunque, persino chi arriva dalla Patagonia. 

PRECEDENTE – Cagliari gli rievocherà una giornata particolarissima, però ormai un po’ datata: quattro anni fa, quando aveva addosso la maglia della Fiorentina, e non doveva sgomitare tra Hamsik-Lavezzi-Cavani, la sua prima doppietta italiana gli scappò proprio al Sant’Elia, lo stadio che Mazzarri gli offre come premio per l’impegno, magari ignaro di quel precedente. Chissà se la Sardegna ha un potere magico…  

La Redazione  

A.S.  

Fonte: Corriere dello Sport

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