Zeman, il ritorno del Normal-one: «In questo calcio parlo solo io»

Passa il tempo, ne soffre, ma non cambia il suo modo di essere. Zdenek Zeman, è sempre quello di Praga, che usciva con due palloni,

«uno per me e uno per chi non poteva permetterselo».

Figlio di un primario di otorinolaringoiatria e nipote di Cestmír Vycpálek, giocatore e allenatore della Juve di Boniperti, passava il tempo sui campi, unico mondo, lo sport il linguaggio per decifrare la vita: atletica, pallavolo, pallamano, pallacanestro, baseball, hockey e calcio. Prima che uno sportivo, un allenatore, è un saldatore, di mondi diversi. Unisce processi vitali, nel giusto tempo. Ha creato sempre organismi complessi assemblando parti lontane. E davvero non gli interessa vincere o perdere, ma formare. È un uomo sereno, appagato, adesso allena il Pescara, l’importante non è la squadra conta il progetto. Zeman ama ricostruire, ricominciare, e il suo agire non è da castello di sabbia, piuttosto da uno bravo a scovare le potenzialità, a disegnare il futuro, di quelli che incontra, bravo a indicare la strada, far crescere, chiedete a Totti,

«Alla Roma gli spiegai che se mi avesse ascoltato poteva diventare il migliore».

Mentre il calcio cerca di mantenere artificialmente in vita gran parte del suo spettacolo, lui continua a segnare la strada di molti ragazzi, non gli interessa vincere la Champions, vincere il campionato, ma creare squadre, formare ragazzi,

«E no, quando leggo i giornali non incontro altri che mi fanno dire, posso stare tranquillo, non mi interessa avere ragione su doping farmaceutico e finanziario, non mi interessa che ora anche Sacchi dica che come si gioca conta più di vincere, mi interessa dire le cose come stanno».

A vederlo, al Poggio degli Ulivi, con la lunga corda bianca tra le mani, dividere il campo, assegnare compiti, mi viene da pensarlo un capitano di nave, che spiega come affrontare il mare. Lo fa con poche parole, mentre si dispone a centro, pronto ad andare in mezzo alla tempesta. E non solo per come indica l’orizzonte, soprattutto per come arriverà in porto, senza aver tradito nulla, e nel tragitto ne verrà fuori di gente, questa volta chiedete a Insigne o a Immobile che faceva la panchina a Siena con Conte e con Zeman è capocannoniere. Questione di sguardo. Zeman è quello che Oliver Sacks definirebbe un “osservatore permanente”. Ora esce un cofanetto da Minimumfax (due dvd e un libro, di Giuseppe Sansonna) “Il ritorno di Zeman”. E lui dimesso, sminuisce:

«Venite tutti da me perché nessuno vi dice le cose come stanno. Sono normale, sono gli altri ad essere alieni».

Che è invecchiato lo capisci non solo dal fatto che non può più giocare a tennis e se ne lamenta, ma anche dai sorrisi che esibisce quando racconta, come è diventato così. Per quanto sia italiano dal 1975, rimane un uomo dell’est, di quelli attenti che fanno della capacità di rubare i dettagli una forza. Il suo sguardo, non ha corrispondenze nel mondo del calcio. Come la sua profondità, e no, non è un guru Zeman, ma un uomo libero. Che può permettersi di andare ad aspettare Casillo fuori Poggioreale, di chiamare Beppe Signori e di mettersi in fila, a San Pietro, per rendere omaggio a Wojtyla. E ancora si entusiasma per le combinazioni riuscite, come questa mattina in allenamento. È devoto alla semplicità del bello, dell’essenziale, ma dietro, c’è una applicazione e una combinazione che solo chi aveva tante vite e tante storie come lui, poteva cucire insieme.

«Le mie verticalizzazioni, vengono dall’hockey, l’allenamento sui gradoni dalla pallavolo».

È come se avesse sincronizzato gli sport in quello che gli riesce meglio. È oltre la banalità del risultato, e se fosse meno fedele a se stesso oggi guiderebbe una grande squadra,

«Sono contento così e poi un allenatore non sceglie, è scelto».

Zeman fa giocare le sue squadre sempre al presente, è come se dicesse conta l’adesso non il dopo, nemmeno quello immediato dei minuti successivi, conta lo stile: che tu vinca o perda. «Il calcio è un gioco e come tutti i giochi deve essere imprevedibile». E non generare tristezza. Zeman ha questa vocazione religiosa per lo sport. Ha la praticità dei pugili, si è creato un suo tempo: dentro e fuori i novanta minuti di gioco. Il calcio ha rischiato di perderlo, estromettendolo, ma lui ha le spalle larghe e la pazienza per resistere. Gli avvocati di Moggi e anche diversi giornalisti gli hanno imputato di non aver vinto mai e di parlare per invidia. Lui, a bassa voce,

«Se state attenti mi sentite»,

ha rispiegato che la vittoria nel suo mondo, viene dopo, prima: conta come arrivarci, e se non ci arrivi conta come hai tentato. E loro non lo capiranno mai.

 

La Redazione

A.S.

Fonte: Il Mattino

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