Fermiamoci e riflettiamo: il problema non è il calcio, il problema è questo paese!

Parte la fiera dell'ipocrisia. Sulla pelle di Koulibaly il solito gattopardismo all'italiana

Fermiamoci un attimo. Ed iniziamo a riflettere. Perchè quello che succederà da qui ai prossimi giorni sarà il solito gattopardismo all’italiana. Si alzerà la voce, si faranno dichiarazioni forti e poi tutto tornerà alla normalità. Perchè non illudiamoci, quegli applausi rivolti a Mazzoleni non avranno alcuna valenza simbolica e Koulibaly non sarà ricordato dai posteri come la versione calcistica di Rosa Parks, ma solo (ed è giusto che sia così) come uno dei migliori difensori della storia del Napoli.

Il teatrino delle dichiarazioni forti è già cominciato. Incravattati, dalle loro comode poltrone nei salotti buoni della tv a pagamento, già lanciano filippiche che si riducono in sterili “questo non è calcio”. Bravi, che analisi profonda. Si minaccia di fermare un campionato che, sportivamente, è già chiuso dal 10 luglio, giorno in cui è stato sancito, a suon di milioni, che la Serie A non è altro, per competitività, una massima divisione danese in cui fa meno freddo ma paradossalmente si rinviano più partite per maltempo. Il rosso a Koulibaly è diventato il campo di battaglia virtuale tra una parte di paese che rivendica il suo diritto all’inciviltà e al razzismo, che rivendica lo stadio come luogo franco dove poter dire e fare tutto ciò che si vuole, in barba alle più basilari regole di buon comportamento. L’ultimo luogo “sacro” dove poter essere ciò che si vuole e non ciò che l’ipocrisia sociale vuole che tu sia. Ma non illudiamoci che dall’altro lato, quelli che invece invocano il pugno duro e si stracciano le vesti per il “fratello” Kalidou, siano meglio. Salottini buoni, pieni di finti rivoluzionari, dove un’Asia Argento viene considerata eroina del terzo millennio, ma nomi come Sankara e Ken Saro-Wiwa sono sconosciuti.

Fermiamoci un attimo e riflettiamo. Perchè Koulibaly non è diverso dal senegalese che al semaforo vuole pulirci il vetro e che noi mandiamo (poco) gentilmente a quel paese. Perché ci sta facendo perdere tempo, perché ci scoccia prendere quei quattro spicci dal cruscotto, perché muoviti che tra poco scatta il verde. Perchè il calcio è la metafora della società. E nello scimmiottare il britannico boxing-day non vogliamo renderci conto che stiamo cercando di addobbare un albero che sta marcendo nelle sue radici.

Abbiamo tanto criticato gli scontri tra Boca e River, inorgogliendoci della nostra presunta superiorità da “primo mondo”, dimenticandoci che nell’ultimo lustro, prima del tifoso interista deceduto ieri, ci sono state persone come Ciro Esposito e Charlie Cox. Morti “per una partita di calcio”, nonostante sappiamo benissimo che non è così. Ma noi continuiamo ad illuderci che è solo calcio, che forse fermando il calcio, dando uno stop al calcio, si possa fermare tutto il resto: gli insulti ad un ragazzo la cui unica colpa è avere la pelle nera, le invocazioni al Vesuvio, gli striscioni per le morti di Superga, l’Haysel e tutto il resto.

Ma ci stiamo illudendo. Perché non è il calcio ad essere marcio. È la società, è questo paese. Illuderci che 90’ possano essere un’oasi felice, dove bambini vanno allo stadio con i genitori, dove amici camminano uno di fianco all’altro con maglie diverse, è appunto solo un’illusione. Perchè fuori c’è la merda. Perchè centinaia di ultras interisti, ma anche del Varese e del Nizza, scendono da casa con spranghe e coltelli con l’unico intento di assaltare altri tifosi, anche loro armati con spranghe e coltelli. Il tutto mentre a 700 metri dallo stadio non si è in grado di assicurare un basilare ordine pubblico. Perchè un Daniele De Santis cammina liberamente con una pistola addosso. Perchè il signor Brambilla fa una vita di merda. E nello stadio, nella Curva, al sicuro nel suo gregge, proietta la sua vita di merda, le sue frustrazioni, le sue convinzioni. E Brambilla vota!

Se 2mila idioti cantano “lavali col fuoco”, ma 45mila sono in silenzio e non si dissociano è perché è fuori lo stadio che c’è un problema. E non vogliamo ammetterlo. Nemmeno quando il primo partito del paese (secondo i sondaggi) è stato costruito sull’odio etnico di una parte del paese nei confronti dell’altra. Un partito che ha costruito le sue fortune, e il suo zoccolo duro elettorale, sul far credere a metà paese di essere la parte “buona” e che i suoi problemi erano dovuti all’altra metà o, più recentemente, a chi viene da un altro paese.

Non sono i buuu a Koulibaly o i cori sul Vesuvio a rappresentare il problema. Il problema è il girare la faccia davanti a chi è meno fortunato, il credersi migliori solo perché in realtà si è avuto il culo di essere nati nella metà privilegiata di un paese privilegiato. E’ il “terùn” detto anche in modo scherzoso con quell’insopportabile accento lombardo al collega che fa di cognome Esposito. E’ la finta compassione che si riserva all’Abdul di turno, buona solo per prendere like sui social o vantarsi nei salottini buoni del proprio “progressismo”. E poco importa che il Sindaco di Milano cerchi giustamente di difendere la sua città, portando Milano come esempio di multiculturalità, quando in realtà la sua città è solo immagine di un vuoto cosmopolitismo che non fa altro che alimentare il problema. Inutile strapparti le vesti per Koulibaly quando a tavola non si ha nemmeno coscienza di chi, e a quali condizioni, sta raccogliendo i pomodori che ti compri nella grande catena di supermercati. Inutile inorgoglirti della tua “etica del lavoro” nella nebbia delle valli bergamasche quando l’insegnante di tuo figlio, il medico di famiglia o il poliziotto che incroci al posto di blocco sono “terùn” che sono dovuti emigrare a 600-700km da casa. Tutto per permetterti di credere che casa tua sia la parte di mondo “buona” e che il “cattivo” venga sempre da lontano.

Risparmiateceli questi 2-3 giorni di indignazione. Tanto tornerà tutto come prima. Tanto l’arbitro di turno farà orecchie da mercante e in televisione troveremo sempre gente che la domenica fa la morale a reti unificate e il mercoledì in eurovisione grida “you pay” agli arbitri. E se non potete fare proprio a meno di dare il cattivo esempio cercate almeno di non dare buoni consigli. O se proprio volete, sediamoci e riflettiamo. Questo paese ha un grosso problema: e questo problema siamo noi!

Servizio a cura di Giancarlo Di Stadio

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