Il calcio s’interroghi più sul come che sul quando si ripartirà

Il calcio ha bisogno di un piano graduale per la ripartenza che tenga conto sia della fase di transizione che dell’agognata liberazione dal coronavirus

La Lega Serie A fa bene a ricordare al ministro Spadafora il ruolo trainante del calcio per lo sport italiano, Malagò, presidente del Coni, lo sa bene, l’ha anche più volte ribadito. Il pallone è uno dei vettori principali dell’economia italiana ma è chiamato ad una sfida che finora ha storicamente fallito: dimostrare la capacità di essere sistema, preferendo la solidità alla liquidità ubriacante, temporanea, che s’alimenta più dei fasti della virtualità che della sostanza della realtà. Si parla troppo del quando si ripartirà, delle legittime previsioni di un mondo che ha bisogno di programmare il proprio futuro pur non potendo decidere in maniera autonoma, dovendo aspettare che finisca la tragedia causata da questo maledetto virus, e troppo poco del come il calcio affronterà la peggiore crisi dal dopoguerra ad oggi. È ormai abbastanza chiaro che la battaglia al coronavirus preveda tre fasi: quella in cui siamo immersi in questo momento di forte contrasto con il lockdown che serve a rallentare il contagio e soprattutto a non sovraccaricare gli ospedali, una di transizione che sarà sotto il profilo economico comunque pesante e fastidioso e la liberazione che presumibilmente arriverà soltanto con il vaccino, o in maniera integrata se le scoperte scientifiche sui farmaci e sugli anticorpi dovessero dare nel corso del tempo ottime risposte. La guerra è ancora in corso, in Campania De Luca ha già prorogato le limitazioni alla vita sociale fino al 14 aprile e nel corso dei prossimi giorni anche il premier Conte allungherà il periodo d’attuazione dei suoi decreti inizialmente previsto fino al 3 aprile.

Non si potrà stare a casa per mesi, l’ha anche ammesso proprio il presidente del Consiglio, contestualmente con il calo dei contagi fino all’agognata quota zero che, secondo gli esperti, dovrebbe registrarsi tra fine aprile e inizio maggio. Bisogna pensare alla transizione in cui si potrà tornare a lavorare in maniera graduale, con tante precauzioni e con il supporto della tecnologia, penso all’applicazione che traccerà i nostri spostamenti e ci avviserà di eventuali contatti con i positivi.

Il calcio anche deve dividere in due fasi i suoi provvedimenti, ora serve lo shock economico: taglio degli stipendi ai calciatori in serie A, cassa integrazione estesa in B e C, fondo salvacalcio costruito sul modello tedesco con il supporto degli introiti dei grandi club, richiesta al Governo di una legge a sostegno del calcio dilettantistico e dello sport di base e d’abolire il Decreto Dignità ottenendo così introiti immediati da nuove sponsorizzazioni. L’impatto economico di problemi e soluzioni varierà se non si riuscirà a ripartire, nel frattempo Gravina deve imporre ai presidenti che, se i medici daranno l’ok, sarà obbligatorio terminare il campionato. L’interesse collettivo viene prima di quello individuale, non è una frase da condividere o su cui cercare l’unità d’intenti ma da rispettare senza opporsi. Ci sarà una fase di transizione anche per il calcio, in questo caso bisogna porsi le domande: quando si potrà disputare gare a porte aperte? È necessario individuare un solo stadio in cui giocare senza pubblico per limitare gli spostamenti?

La priorità durante la fase di transizione va data all’aggiornamento delle visite mediche in maniera rigorosa e senza sconti, bisogna farlo nel rispetto di Morosini, Astori e di tutti coloro che hanno perso la vita giocando a pallone. Non c’è ancora un protocollo “Covid 19” ma sarà necessario introdurre nuovi esami di secondo e terzo livello che saranno ancora più approfonditi ovviamente per coloro che hanno contratto il virus.

La liberazione va preparata durante la fase di transizione in cui il calcio deve porsi un obiettivo: smarcarsi dalla dittatura dei diritti televisivi, trovare nuove fonti di reddito, investire sul merchandising in maniera seria, sbloccare la questione stadi, reinventare il proprio modo di fare sistema.

 

Ciro Troise


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