Giampaolo Tosel e l’impunità bianconera…

Milan-Juve: un disastro non sufficientemente punito

La sentenza del giudice sportivo emessa ieri sui fatti di Milan-Juventus mi ha lasciato allibito, non perchè non sia abituato a determinate decisioni molto opinabili degli organi di calcio, ma per una ragione culturale che viene continuamente dimenticata. Partite trasmesse a livello internazionale, in cui ci si gioca uno scudetto, hanno un valore altamente educativo per i bambini impegnati nelle categorie giovanili ma anche per tutto il mondo del pallone che lavora a livello dilettantistico. Conosco tanti ragazzi, che hanno pregiudicato le proprie carriere, per qualche gesto scorretto in campo. La trance agonistica fa brutti scherzi, ma tutti gli addetti ai lavori hanno il dovere di insegnare uno degli aspetti più difficili dello sport: gestire l’approccio psicologico all’incontro. Con le parole siamo bravi tutti, ma il grido raccolto nei campi di calcio giocato più per passione che per i denari che circolano, è sempre lo stesso: “Perchè in Serie A è permesso fare certe cose?”.
La sentenza del giudice sportivo Tosel è in certi tratti inspiegabile. Un arbitro in  campo ha mille attenuanti, provate a indossare i panni del direttore di gara anche in una sfida amatoriale e scoprirete quanto è difficile decidere in una frazione di secondo, relazionarsi a “fiumi di parole” spesso espresse solo con il linguaggio della contrapposizione. Chi, invece, deve giudicare sulla base di immagini ha molto più tempo per valutare tenendo conto di tutti gli aspetti necessari per formulare una valutazione corretta. Il valore della prova televisiva è proprio dovuto a questo fattore.
Le risse di Milan-Juventus hanno già rappresentato uno spettacolo orrendo, le polemiche degli addetti ai lavori esprimevano il messaggio più distorto che il calcio può insegnare agli appassionati: il risultato viene prima di tutto. Buffon ha detto la verità sul gol non assegnato a Muntari, ma essa in tutta la sua durezza rappresenta una mentalità dominante non solo nel calcio italiano, ma anche nella società. E’ la cultura del “furbetto”, non solo di basso livello ma anche fallimentare, perchè prima o poi ti si ritorce contro.
La sentenza di Tosel doveva essere esemplare per mettere una pietra su un disastro compiuto a livello d’immagine. Invece, i provvedimenti del giudice sportivo sono stati evidentemente parziali. Mexes viene punito per il pugno a Borriello e non si capisce perchè la passano liscia Muntari e Pirlo, autore di due gomitate a Van Bommel. Galliani litiga con Conte e l’ammonizione con diffida tocca solo all’amministratore delegato rossonero, all’allenatore della Juventus nemmeno una multa, mentre un altro dirigente rossonero, Silvano Ramaccioni, viene addirittura squalificato per una giornata. Una marea di contraddizioni inspiegabili.
Più che i rigori non dati, i gol-fantasma e gli errori arbitrali di ogni tipo, al calcio italiano fa male l’arroganza di espressioni pesanti ed esagerate per un mondo che rappresenta sempre uno sport (se lo ricordino i fautori del business dilagante). L’arroganza di chi usa la lamentela come strumento di pressione ed ha perso lo stile che rappresentava il titolo di vanto di una società come la Juventus con tantissimi supporters sparsi per il mondo.
Un giudice sportivo dovrebbe cogliere queste necessità e metterle al centro delle proprie decisioni. Un’altra occasione persa per Tosel, di cui più volte sono state chieste le dimissioni. A Napoli nessuno ha dimenticato le curve chiuse per le presunte violenze del treno verso Roma, sconfessate dalla Magistratura, o il San Paolo squalificato per il famoso contenitore di yogurt che colpì il guardalinee.
Una sequela di decisioni molto opinabili che minano anche la fiducia in un organo fondamentale per il calcio italiano. Qualcuno rifletta e agisca di conseguenza…

A cura di Ciro Troise

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