Aceto, al secolo Andrea Degortes: «Il Pocho, cavallo di razza come i miei del Palio»

Il popolare fantino teme solo Lavezzi nella partita tra Siena e Napoli

La leggenda sono io: «Signori, fate largo, qui passa la Storia» urlava Aceto mentre i contradaioli dell’Aquila lo consacravano re di Piazza del Campo, nell’ultimo Palio vinto, nel 1992. Andrea Degortes, in arte Aceto, 69 anni, nato in Sardegna, 2 figli, mitico e disprezzato re di Siena racconta la sua vigilia di Coppa Italia.
Andrà allo stadio a vedere Siena-Napoli?
«Non lo so. Fa un po’ freddo e forse me la vedo da casa. Però appena posso sono in tribuna. Mi piace l’ambiente, anche perché lì le rivalità tra i contradaioli si annullano. Allo stadio si tifa Siena e basta. Però io sono un portafortuna: quando vado vinciamo sempre. Il presidente Mezzaroma mi dovrebbe pagare per avermi».
Esagerato. Ha vinto 14 volte il Palio, sarà ricchissimo.
«Il Palio sono io. Nessuno come me conosce quella corsa. Neppure i senesi. L’ho fatto 58 volte, ho il record delle vittorie. Sono stato il migliore. Come Maradona per il calcio. Ecco: quando lui ha smesso di giocare sono arrivati tanti campioni, ma nessun fuoriclasse. Come al Palio».
Aceto, lei è spaccone proprio per natura?
«Ho corso per vent’anni per l’Oca, che è la Juventus delle contrade, poi sono passato all’Aquila che con me è tornata a vincere. Possiamo dire che è un po’ come quando a Napoli arrivò il grande Diego: entusiasmo, passione, amore e voglia riscatto».
Lei ha una grande stima per il Pibe de Oro?
«Napoli è nel mio cuore, fin dagli anni ’50. Venivo a Pianura a svernare perché ho sempre allevato cavalli e ho visto quel quartiere crescere a dismisura. Me li ricordo tutti i campioni del Napoli del passato, ma Maradona mi ha stregato più di tutti. E poi o lo amavi o l’odiavi. Come me».
Perché era il più bravo?
«Non solo. Come me ha vissuto in un ambiente di voltagabbana. Nel calcio come nelle corse ti osannano. Io sono l’eroe della curva di San Martino. Però poi sono pronti a scaricarti per un solo errore. E via agli insulti. Ti buttano giù dal piedistallo che ti hanno costruito».
Ora tifa Siena?
«Sì, però non mi illudo. Per il Napoli passare il turno sarà una passeggiata, è una semifinale comoda per gli azzurri. È vero che domenica abbiamo pareggiato con la prima in classifica, ma giovedì Lavezzi ci farà neri… Lui sì che è un cavallo ”bono”. Rispetto ai loro campioni i nostri sono delle brenne (dei brocchi, ndr)».
È una semifinale storica per la città di Siena. Un po’ come la vigilia di un Palio dell’Assunta?
«Il calcio è importante, strega tutti: i giocatori sono degli idoli e poi somigliano ai fantini perché sono dei furbetti. Ma quando si avvicina il giorno del Palio a Siena non si capisce più nulla. Non mi sembra di vedere tutto questo entusiasmo».
Lo sa che Sannino, l’allenatore, è napoletano?
«Come so che Mazzarri è livornese. Ho mandato un sms a Sannino qualche mese fa e l’ho invitato nel mio allevamento di cavalli a prendere un caffè. Non mi ha risposto. Diciamo che se quest’anno il Siena si salva lo invito anche a cena. Con Conte lo facevo spesso. E mi divertivo molto a parlare con lui».
Non è che per questo Sannino non vuole vederla?
«Non credo. So che è una persona squisita. E poi basta che ci fa restare in serie A e io sono contento lo stesso. Penso che la Coppa Italia possa andare anche in secondo piano se per caso ci distrae dal campionato».
Una curiosità, perché il nome d’arte Aceto? 
«Ero giovane, appena giunto in Toscana. Mi prendevano in giro per la pronuncia sarda. Io rispondevo male, malissimo: cominciarono a dire che ero acido. Come l’aceto».

Fonte: Il Mattino

La Redazione

M.V.

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