Contro il Plzen il Napoli cerca il ribaltone

Solo il La Corune ribalto un risultato che sembrava impossibile contro il Milan

Al di là dell’impossibile c’è un’impresa o un miracolo all’italiana che in passato s’è realizzato e tra quei fiocchi di neve che introducono alla “Doosan Arena”, un piccolissimo mondo antico, stavolta c’è l’essenza d’una favola chissà quanto realizzabile: Plzen, è qui la festa, nei volti espressivi e nella felicità (comunque) contenuta, nell’umiltà che regna sovrana e nella impazienza che Pavel Vrba fatica ad occultare. La “paura” fa novanta minuti ancora: e per esorcizzare quel pallore scatenato dalle statistiche, l’ultimo messaggio a mezzo stampa è una preghiera (con sorriso) lanciata a Mazzarri, affinché provveda di suo a dare un senso a quest’esistenza. «Fino a stasera, il risultato più importante del Viktoria sarà rappresentato dalla qualificazione nei gironi di Champions; ma dovessi farcela, e non sarà semplice, è chiaro che gli ottavi di Europa League, conquistati contro il Napoli, avrebbero valore maggiore. So che non c’è Hamsik e questo è un bel vantaggio; ma se poi loro ci potrebbero dare Cavani…». 

SI PUO’? – Gli almanacchi si sprecano e le leggende (mica metropolitane) sono sussurrate con un filo di voce, una misto tra il pudore e il terrore, sensazioni che vengono raccolte in una vigilia infinita, cominciata sette giorni fa e da mandare in fretta, immediatamente, in archivio. Viktoria Plzen 3, Napoli 0: ma tutto il mondo è Paese e in quelle nuvole di nebbia che s’addensano sul “Doosan Arena”, c’è l’umana diffidenza dei ceki e la disperata speranza d’una squadra che non è venuta in gita culturale ma che, sotto sotto, tenterà di riuscire laddove almeno altre dieci son riuscite. 
CHE COLPI – Il calcio è scienza terribilmente inesatta e all’andata manco il più folle degli scommettitori si sarebbe spinto ad immaginare la sconfitta d’un Napoli stellare, preso invece a sculacciate e ripetutamente dinnanzi al proprio pubblico, ridotto a mascherare la propria identità e infine destinato a rivoltarsi la coscienza per cercare di rimediare uno spiraglio ad un ritorno altrimenti inutile. Racconta l’Europa, nel suo mezzo secolo di capolavori d’arte, che ce la fecero l’Inter dopo averle prese a Liverpool e la Stella Rossa disintegrata a Dresda; il Partizan “schiaffeggiato” in casa dei Queen Park Rangers e la cenerentola del Bayer Uerdigen; e seppero dar fuori di matto, dopo un’andata da brividi, il Real Madrid e il Panathinaikos, il Parma e il Deportivo la Coruna sul Milan: ribaltoni consumati in casa, con il conforto del pubblico amico, nella propria terra conosciuta a memoria. 
IL BOTTO – Ma in quel concentrato di cifre accatastate nel nulla, in quell’atmsofera un po’ magica e un po’ misteriosa, c’è una partita simbolo che sintetizza l’imprevedibilita assoluta e che spinge Vrba a moderare l’entusiasmo che altrimenti ridurrebbe gli effetti del meno due e cancellerebbe quei brividi di freddo: coppa delle coppe del 1984-1985, quando il pallone dimostrò d’essere una sfera impazzita, capace di spingere fuori dall’Europa il Barcellona, forte d’un 2-4 in Francia. E il Metz, la sorellina apparentemente povera di quell’universo, finì per andarsene in giro a petto in fuori. «I giornalisti cechi pensano che il Napoli venga qui con la squadra B. Mentre io sono convinto che giocheranno quelli che danno più garanzie. E in quell’organico, chiunque può essere titolare in qualsiasi altro club». Brr… 
Fonte: Corriere dello Sport
La Redazione
A.S.
Tufano

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