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Eraldo Pecci: “Per il Napoli eliminare il Chelsea non è impossibile”

L'ex calciatore del Napoli: "Gli azzurri sono più forti della Fiorentina"

«Chi deve correre è il pallone, perché il pallone non suda e non si stanca, mentre io sì…».
Il suo calcio era racchiuso in una frase tanto sintetica quanto paradossale. Ma, si badi bene, il calcio di Eraldo Pecci non era flemma all’ennesima potenza, ma velocità di pensiero a sostegno di una tecnica sopraffina. E quando il pensiero è molto più veloce dei piedi, e gli stessi sono più che buoni, si può arrivare ovunque. All’alba dell’era del Pibe de Oro c’era anche lui in quella squadra proiettata verso il primo scudetto della storia azzurra. In quel campionato 85/86, con il Napoli arrivato infine terzo a ridosso delle corazzate Juve e Roma, dal suo piedino fatato (si parla però di un buon 46) partivano le imbeccate per gli incredibili gol di Diego. Come quello storico ai bianconeri: tocchetto di Pecci e parabola del “supremo”, con traiettoria tale da sbugiardare le più elementari leggi della fisica e basire Tacconi. Non l’ultimo arrivato.

E’ quello il ricordo più vivo del suo anno in azzurro?
«Ne ho tanti di bei ricordi legati alla squadra e alla città. Quello sicuramente è ancora il più luminoso, non perché feci qualcosa d’incredibile ma per come si svolsero i fatti. Con una barriera tanto vicina chiunque avrebbe fallito ma “Lui”, lo scriva in maiuscolo per favore, lui no. Insistette affinché gliela toccassi appena e io lo feci. Poi il resto lo fece l’immenso piede di Diego. Ecco, in quell’occasione il mio contributo fu al massimo del 5%, non di più».
Per Eraldo Pecci da San Giovanni Marignano (Rimini), anni 56 ed ex regista di concezione classica, non è solo la palla che deve girare velocemente intorno ai piedi, ma è anche il caso di far studiare i piedi e la testa di Maradona.

Già all’epoca dei suoi trascorsi in campo, era una delle rare menti pensanti del calcio, con uno spiccato tratto autoironico e canzonatorio…
«Mi riscalda il cuore sentire il più grande di tutti i tempi che parla di quel Napoli vissuto parzialmente insieme. Vorrebbe tornare da allenatore? Penso che sia la sua destinazione naturale. Un’ipotesi molto affascinante, nulla togliendo a quello che sta facendo Mazzarri»

Perché, cosa sta facendo?
«Mazzarri l’ho conosciuto molti anni fa e poi l’ho perso di vista. Era tra i giovani della Fiorentina. A quel tempo non mi applicai più di tanto su di lui, ma una sensazione mi diceva che avrebbe fatto strada. Ed eccolo qui: molta gavetta, molte idee e la capacità rara di concretizzarle. Walter è uno dei migliori tecnici contemporanei, sa bene il fatto suo e sa far bene il calcio. Il Napoli in un paio d’anni lo trovo trasformato, e ne ha tutti i meriti». 

E’ diverso da quel Bianchi che l’ha allenata?
«Paragone improponibile per tempi e luoghi. Però devo dire che sono entrambi un po’ orsi, ma con caratteri molto forti. Entrambi poi gran conoscitori degli equilibri di gruppo».

Il mister non ci sarà nella doppia sfida con Chelsea…
«Peccato. La squalifica di due giornate mi sembra eccessiva, al limite ne sarebbe bastata una».

Facciamo ora il gioco delle “tre carte” sempre in voga a Napoli. Carta vince e carta perde: campionato, Champions e Coppa Italia
«Per la prima delle tre, gli azzurri possono arrivare ancora terzi o quarti, se escono di scena dalla Champions. Passare il turno col Chelsea la vedo possibile, ma andare oltre un po’ di meno. La Coppa Italia? Io vedo solo la finale, il resto non conta, ma lì si potrebbe andare sino in fondo. Dico che: se il Napoli alla fine non “quaglia” niente, l’annata non è da buttare, anzi. Noi arrivammo terzi gettando le basi per lo scudetto. Peccato però che me ne andai prima».

Si rivede in qualcuno degli azzurri?
«Neanche per idea. Inler e Gargano sono incontristi che provano ad organizzare, ma molto più dinamici di me. Mi assomiglia di più Cigarini, ragazzo talentuoso. E comunque sono un fan di Cavani, attaccante di rilievo internazionale».

Fiorentina-Napoli…
«Troppe variabili. Conteranno le motivazioni, i turn over, gli infortunati, gli obiettivi. Il Napoli è più forte e, secondo me, lo è anche della Juve. Potrebbe farcela, a patto che metta da parte i pensieri “biforcuti”. Quelli che si allungano fino a martedì».

Fonte: Corriere dello Sport

La Redazione

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