Inchiesta sugli ultrà del Napoli, arrestati undici tifosi

E no, non è una formazione ma una squadra, pardon una squadriglia, allestita per seminare il panico ovunque, all’Italia e all’Estero, al San Paolo o vattelapesca , in un crescendo che in un biennio ha riempito i faldoni d’una indagine a tutto campo: l’altra faccia del calcio, ahinoi, è in quelle pagine «nere» di straordinaria follia che all’alba d’un triste giorno hanno spinto la Procura di Napoli ad eseguire le ordinanze di custodia cautelare – alcune in carcere, altre ai domiciliari – nei confronti di undici ultras azzurri, frequentatori abituali della curva A.

NEL BRONX – Due anni e mezzo per intrufolarsi nel meccanismo perverso del tifo, per scavare tra le pieghe d’una delinquenza senza frontiere, sfociata a Fuorigrotta o a Bucarest, riemersa a Udine e esplosa a Mergellina nei confronti di sostenitori inglesi: ce n’è voluto di lavoro per il procuratore aggiunto Giovanni Melillo e per i pm Antonello Ardituro, Danilo De Simone e Vincenzo Ranieri; e ce n’è stata di sofferenza (fisica) per poliziotti e fans «nemici», catalogati nella stessa lista di proscrizione stilata dagli esponenti del gruppo Bronx. I fatti separati dalle opinioni sono riassunti dalla storia recentissima di una sfida ad oltranza sviluppatasi al termine di Napoli-Atalanta (9 maggio 2010: tredici agenti feriti), o nei pressi del Friuli, prima di Udinese-Napoli (7 febbraio 2010) e persino in Romania, a Bucarest, 30 settembre 2010, per Steaua-Napoli, e poi ancora sul lungomare di casa propria, a Napoli, per picchiare sette tifosi del Liverpool e ferire altri cinque poliziotti. Missione punitive pianficate in casa di Francesco Fucci, per gli inquirenti il capo ma anche personaggio vicino al clan camorristico dei Mazzarella.
ATTACCO AL NAPOLI – Le intercettazioni hanno aiutato a svelare la strategia del terrore, progettata prima di ciascuna partita nell’abitazione di Fucci, come emerso da un comunicato della Procura: «Dai contenuti di tali riunioni sono emerse chiare convergenze tra quasi tutti i gruppi ultrà napoletani, l’esistenza di regole di autofinanziamento per assicurare assistenza legale a soggetti incorsi in procedimenti penali per reati da stadio e la determinazione delle politiche da intraprendere di volta in volta nei riguardi della società sportiva calcio Napoli» . Ma ci sono risvolti ulteriori, nel contesto delle indagini, rivelati dal procuratore aggiunto, Giovanni Melillo e riguardano l’ostilità di (quasi) tutti i gruppi ultrà del San Paolo nei confronti del club di De Laurentiis, responsabile di non far svolgere le gare «in maniera indisciplinata e violenta» e dunque di non lasciar campo libero agli scalmanati.
LE MASCHERE – Un anno e mezzo fa, il primo blitz, rimasto secretato: la Digos fa perquisizioni in 57 appartamenti di tifosi azzurri e ritrova ingenti quantitativi di oggetti contundenti e capi di abbigliamento per il «travisamento». Un’organizzazione maniacale «per incrociare tifosi ostili; per studiare i loro percorsi di viaggio; per scegliere i luoghi per gli assalti» ; e poi, incredibile ma vero, anche un look adeguato alle richieste del capo: «A me piace l’estetica, dovete venire tutti vestiti di scuro: né magliette chiare, né rosse, né rosa. Se vi presentate così, vi faccio cacciare» . Ma non finisce qua: perché gli appartenenti ai gruppi hanno, come segno di riconoscimento un tatuaggio, da «cancellare» , in caso di espulsione. La Procura ha poi sottolineato l’abitudine degli indagati a «frequentare i luoghi di allenamento del Napoli, cercando di intrattenere rapporti stabili con i calciatori» . Il gip, Luigi Giordano, ha scritto nell’ordinanza, che «alcuni calciatori mantengono contatti con gruppi ultras perché convinti che questi possano influenzare sulle scelte della società al momento del rinnovo del contratto. Nessuna condotta illecita è ascrivibile ai calciatori, pur tuttavia tali rapporti andrebbero evitati. E comunque, tranne qualche caso, ci sono stati atleti che hanno avuto atteggiamenti più prudenti rispetto ad altri» .
Fonte: Corriere dello Sport
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