L’isteria della Juve

L’isteria della Juve

“Se un allenatore corre in campo come un forsennato e non è proprio Carletto Mazzone, c’è qualcosa che non va. Non avendo neppure l’immunità da patrimonio Unesco per aver salvato Roberto Baggio dal calcio ogm. Se quell’allenatore non è Mourinho che ha appena battuto il Barcellona ma Antonio Conte, che ha pareggiato in casa, col Genoa, e corre verso l’arbitro urlando come un hooligan per un rigore inesistente, c’è qualche problema, non solo perché con quella corsa cancella le partite viste a metà dal presidente Gianpiero Boniperti volgarizzando il lavoro di costruzione stilistico fatto per anni, ma si prende anche due giornate di squalifica. Se poi, a completare il situazionismo da sceneggiata, arriva Beppe Marotta, direttore sportivo della Juventus, che con una dichiarazione da Borghezio completa il quadro, allora è il caso è chiuso. Alla Juve l’isteria nasconde la paura.
Dall’altra parte, a Parma, invece c’è la calma di Edinson Cavani che poi è anche l’immagine del Napoli. E tutto sta non nel gol che dice: «potete sperare», ma quando lo stesso Cavani manca un gol ancora più facile e sorride, un ghigno bambino di chi sa che può ritentare, che poi è la bellezza che fa del calcio una questione senza fine come spiega Nick Hornby, stagione dopo stagione. Un tempo da bimbi, quando non viene sporcato dall’agonismo. Quello di Antonio Conte, uno dei tecnici migliori visti su una panchina importante negli ultimi anni, a fregarlo è che ha ancora un temperamento da calciatore, mentre Cavani da calciatore ha già un temperamento da allenatore. Sarà anche che il primo è diventato un Conte di Montecristo appena approdato alla Juve, con la rabbia di riscatto che hanno solo quelli che conoscono la fame. Anche se in questo caso parliamo di un ossimoro, sia per la squadra allenata sia per l’allenatore. Cavani, invece, ha la serenità, forse tutta uruguayana, di Obdulio Varela, capitano dell’Uruguay che vinse i mondiali in casa del Brasile nel 1950, al Maracanã, e Osvaldo Soriano raccontò alla perfezione l’importanza storica di quel successo raggiunto proprio con la serenità e un tocco di imprudenza. Partendo dalla forza con la quale il difensore uruguayano raccolse il pallone spinto in porta da Friaça che portava in vantaggio il Brasile. Esasperando pubblico e calciatori. Il Napoli di Cavani sta alla Juve di Conte come l’Uruguay di Varela stava a quel Brasile, che non doveva perdere. Fossi Mazzarri farei raccontare la storia alla squadra, o chiederei a Cavani di leggere quel racconto di Soriano (sono dieci paginette). Che poi a Montevideo quella storia la conoscono come a Napoli ‘O surdato ‘nnammurato.
E c’è di più, dopo l’invasione di campo da parte di Conte, davanti alle tv l’allenatore che è ancora calciatore, riscrive le battute dell’arbitro, quindi piegando la verità, e abbandonando davvero il tesserino e il senso di responsabilità che deve avere chi guida non solo una squadra ma persino una 500 (chiedete a Corona). Mentre Cavani sbaglia ancora un gol, sperperando come un Abramovich qualsiasi lo champagne in un ristorante di Londra. Perché è raffreddando gli animi che si vince, non esasperandoli. E siccome alla Juve non leggono manco Coelho, ma solo Style, e a Napoli hanno il vantaggio di avere un diretto discendente di quella storia che grazie alla calma ha portato una vittoria inaspettata, bisogna solo continuare a seguire Cavani, pensare alla pace nel mondo ogni volta che segna, e dire a Pandev che se proprio vuole offendere i guardalinee ci sono diverse lingue parlate solo da pochissimi uomini, le ha censite il regista tedesco Werner Herzog. La regola è semplice, il giocatore (e/o allenatore) deve essere come un torero, dominare la scena, non urlando, ma con le gesta, controllando toro e pubblico, Cavani sa farlo, Conte no. E questo è un vantaggio”.

Marco Cinello per “Il Mattino”

La Redazione

P.S.


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