Maglia gialla, l’ultima frontiera della scaramanzia. Il calcio è pieno di queste storie

Abracadabra, le vie del gol sono infinite. Rafa giura di non essere scaramatico neppure un po’. «Non decido io che bisogna giocare con la maglietta gialla anche perché non ci credo». È vero, la decisione l’ha presa Aurelio De Laurentiis. Viene dal mondo del cinema dove tutto ruota intorno alla superstizione. D’altronde come nel calcio. E allora dopo aver giocato con l’Atalanta con quella azzurra e rispolverato la seconda maglia (dopo aver messo da parte la camouflage), visto che il vento è cambiato il Napoli (o meglio De Laurentiis) ha deciso che bisogna andare avanti così. Con la gialla il Napoli ha vinto anche con la Lazio (4-2 all’Olimpico) ma ha anche perso, con l’Arsenal per 2-0. Benitez si adegua. E nega. Infatti una volta si affrettò a chiarire. «Non è vero che mi portano fortuna i calzini nuovi che mi regala mia figlia… Anche perché non posso darle il pensiero ogni settimana di comprarne uno nuovo». Successe solo una volta che Agata, la primogenita, gli donasse un paio di pedalini rossi. Il fatto divenne un mito. Non è vero, ma ci credo. Non raccontate questa storia a Marek Hamsik: gioca con la maglia numero 17 ed è l’unico motivo per cui il presidente ha storto un po’ la bocca.
Il calcio è pieno zeppo di questa roba. Freddo o caldo, inverno o primavera, Renzo Ulivieri quando stava in panchina non abbandonava mai il suo cappotto (e una volta ha dovuto far ricorso alle cure del medico). Anche Bruno Pesaola faceva lo stesso con un cappotto di cammello che – raccontò una volta – gli rubarono nello spogliatoio della Fiorentina. Vujadin Boskov accarezzava il gobbetto d’oro e il corno di corallo pendenti al passante dei pantaloni. Corrado Ferlaino abbandonava lo stadio alla fine del primo tempo.
E Walter Mazzarri? Ossessionato. All’inizio della sua esperienza napoletana portava sempre sotto la giacca una camicia bianca. Poi lo scorso anno quando dopo una cena con la squadra dal suo amico Procolo a Pozzuoli vinse una gara, non smise di portare Cavani e soci lì fino a fine della stagione. Tutti i mercoledì. E pagava sempre lui.
Una malattia, per molti. Diego Maradona prima di entrare in campo doveva consegnare il gagliardetto della squadra avversaria a Carmando e poi baciarlo sulla testa. Imperdibile. In Sudafrica, poi, andava in giro in panchina stringendo tra le mani, sempre, un rosario.
Gigi Riva amava l’11, il numero di una vita. All’Olimpico, Italia-Portogallo del ’67, gli diedero il 9: frattura ad una gamba. Mancini arrivò al City e per il freddo si tenne annodata al collo una sciarpa a strisce bianche e blu per le prime due gare: le vinse entrambe e la tenne fino a maggio. L’acqua santa di Trapattoni, le mutande di Felipe Massa e i pantaloncini di Michael Jordan.
Nel mondo dello sport ce n’è per tutti i gusti. Rafa Nadal, uno dei più grandi del tennis mondiale, sistema i calzini esattamente a 15 cm sopra le scarpe. Una mania. Nessuno come l’ex ct francese Domenech che non faceva un passo se prima non si consultava con il suo astrologo.

Fonte: Il Mattino.

Tufano

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