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Mazzarri: “Un giorno vorrei far tornare la città ai tempi di Maradona”

Mazzarri, cominciamo dalla domanda più ba­nale: tredici giornate di campionato, un ter­zo del cammino, facendo un primo bilancio lei cosa si sente di dire: il Napoli ha fatto quello che doveva o qualcosa di più o ci sono rimpianti?
«Fin dal mio avvento siamo stati subito squa­dra e sulla scorta di questo si poteva pensare di partire con un vantaggio, ma non così, terzi in classifica…».

Dove può arrivare il Napoli?
«Non mi piace sbandierare gli obiettivi, sareb­be solo un boomerang, pericolosissimo».

Rimpianti sull’Europa League?
«Il turn over è necessario. I giocatori ce li ho in mano tutti i giorni, se Cavani, Lavezzi e Ham­sik arrivano a essere talmente usurati rendono al cinquanta per cento, è preferibile far giocare un altro».

In questa ottica Quagliarella non era utile?
«Per quanto riguarda l’allenatore non è suc­cesso niente, per me era un giocatore importan­te, Quagliarella è sempre stato impiegato. L’an­no dopo si è preso Cavani, ero convinto che ci fossero quattro giocatori che si stimolassero a vicenda. Quello che poi succede dopo non riguar­da l’allenatore».

Quagliarella stava volentieri a Napoli, quanto ha inciso la volontà del giocatore?
«Il nostro segreto è che la mentalità mia l’han­no sposata i giocatori, ha detto bene Gargano: quello che in un anno succede nello spogliatoio non si può portare fuori, se le cose vanno bene non ha senso tirarle fuori, il resto rientra nella sfera nostra».

Prendendo le prime sei in classifica: ci sono tre squadre favorite per il titolo, Inter, Milan e Roma, e un gruppo di outsider guidate dalla Ju­ve. Pensa ci sia spazio per le sorprese?
«C’è un allenatore che ha detto: prima di fare l’allenatore, Mazzarri fa il ragioniere. Ecco, voi mettete la Juve tra le outsider, ma per me la gri­glia di partenza va fatta sul tetto ingaggi. Se guardate la rosa della Juve, il tetto ingaggi e il mercato, lì è la differenza, allora metterei la Fio­rentina, che non ha le coppe, il Genoa che ha spe­so. Poi, certo, noi non ci poniamo limiti…».

Non c’è una squadra che possa ammazzare il campionato.
«Sogno che una outsider, in un calcio bello e pulito, possa sognare, sì, può essere quest’anno, bisogna cogliere i momenti di cambiamento. Se tutto è regolare può succedere».

Lei dice «se tutto è regolare», le pare che il cli­ma sia giusto perché possa succedere?
(Mazzarri si passa una mano tra i capelli, pren­de tempo) «Io non ci voglio pensare, io voglio credere che una squadra che fa le cose meglio dei grandi club alla fine possa vincere. Il proget­to ora conta più che in passato. La tattica fa la differenza, perché molte squadre non hanno un’identità di gioco precisa ma solo campioni. In­vece anche i giovani possono essere utili».

Lei si allenava con Antognoni.
«Certo, era il mio idolo, avevo il poster, poi mi hanno paragonato a lui e alla fine mi ha nuociu­to».

Rammarichi?
«Non aver trovato qualcuno che mi dicesse: col tuo fisico rincorri l’avversario, non stare a guar­darlo. Da allenatore voglio essere utile ai miei ragazzi».

Nel Napoli con chi ci è riuscito?
«Un giocatore su tutti, Pazienza, chi lo vede ora e chi lo vedeva prima non riconoscerebbe lo stesso giocatore. L’organizzazione di gioco ren­de tutto più facile».

Il presidente De Laurentiis ha parlato di tre giocatori da acquistare tra gennaio e giugno: meglio prendere tre buoni giocatori o un cam­pione, oppure… tre campioni?
«Con calma bisogna mettere il tassello che può dare di più, ma deve essere un vero rinforzo, di­co un difensore ma può essere un centrocampi­sta, uno che possa fare il titolare. Ma abbiamo tanti giocatori, a Napoli e in giro…».

Tipo?
«Per esempio Cigarini è un ottimo giocatore, un signor giocatore giovane. Rinaudo un giorno mi disse: mister, io sto bene a Napoli ma lei pre­ferisce Paolo (Cannavaro, ndr) e allora voglio andare via per giocare. E’ andato alla Juve che era nella stessa situazione nostra e ha detto: me la gioco».

Se uno va a giocarsela alla Juve, potrebbe gio­carsela al Napoli.
«Questa è la crescita che dobbiamo seguire, a me gestire i giocatori piace da impazzire, io uno scontento che non accetta il ruolo non lo voglio. Questo non è più il calcio di Maradona, ora c’è il fair play finanziario, ieri (domenica, ndr) ho fat­to giocare Maiello sul tre a zero perché fare ven­ti minuti con quella fisicità gli faceva bene, Di­mitru contro la Lazio gli ha fatto bene, magari tra tre anni te li ritrovi, bisogna fare come il Barcel­lona».

In passato ci sono state squadre che per rin­forzarsi hanno ceduto Ibrahimovic, la Juve ce­dette Zidane e migliorò, dal suo punto di vista Hamsik e Lavezzi possono essere cedibili?
«E’ un discorso da fare a giugno, ora sono de­terminanti, secondo me questi sono campioni che vanno tenuti se vogliamo crescere, ecco per­ché la progettualità te la dice sempre la società, non conta solo vincere».

Però passano alla storia allenatori come Mou­rinho.
«Il lavoro di un allenatore, se non gli viene mai data la possibilità di allenare l’Inter non vuol di­re essere meno bravi, feci la polemica con Mou­rinho sul gioco e lui fece rispondere i suoi colla­boratori… Io ho sempre fatto bene ovunque, ho fatto coincidere i risultati con i programmi».

Ma lei vorrebbe un giorno avere una delle squadre più forti…
«A volte me lo chiedo, certo: se sulla griglia di partenza io me la gioco con i migliori per repar­to, con la mia organizzazione di gioco chissà che risultati avrò».

In testa alla classifica c’è un allenatore bravo, ma il Milan ha detto che ci voleva soprattutto uno con le phisique du role per una big. Lei pen­sa di essere considerato più un tecnico caratte­riale che uno con l'”aspetto giusto”?
«Io sono già in una grande. E comunque non credo mi manchi il fisico, la parlantina e il vesti­re. Credo i motivi siano altri, ma li tengo per me».

Non è una risposta.
«No, davvero, è antipatico».

Glielo diciamo noi: lei pensa che non piace a tutti perchè non è influenzabile…
«Sono uno che ha un carattere particolare, pre­tendo molto rispetto, io do tutto, chi mi prende mi rispetta, se uno mi rispetta sono io che cerco il dialogo, però devo farlo io l’allenatore».

Ha apprezzato il comportamento di Leonardo l’anno scorso, al Milan?
«Nelle società ci sono cose che sanno solo tra di loro, io dico a livello generale. Leonardo è un ragazzo intelligente, è un signore d’animo, non ha peli sulla lingua, colto, vero, quando lui par­lava lo ascoltavo perché potevo migliorare».

Lui era uno che ammetteva gli errori dopo le sconfitte, lei generalmente parla sempre di pa­li, decisioni arbitrali, sfortuna…
«Se voi mi ascoltate dall’inizio vedrete che pri­ma faccio l’analisi della partita. E poi io spesso sono convinto di aver giocato meglio, non sono un brontolone».

Qual è il suo obiettivo a Napoli?
«Sarebbe la soddisfazione delle soddisfazioni riuscire a far rivivere quei cinque anni d’oro co­me ai tempi di Maradona. L’anno scorso mi han­no chiamato in ventimila per consigliarmi di fer­marmi perché avevo solo da perdere a restare a Napoli».

Da Spalletti a Mancini, molti scelgono espe­rienze all’estero, lei pensa a una cosa del gene­re in futuro?
«Io dopo Napoli ne farei una nel calcio spagno­lo, sono fissato con quello spagnolo. Mi piace il calcio giocato, gli applausi anche se perdi».

Nella sua squadra ideale chi sceglierebbe co­me allenatore?
«Se fossi il presidente… beh, ho sempre pensa­to che un allenatore capace di far giocare bene e produrre è Delio Rossi: lo apprezzo. E’ un allena­tore che, se lo guardiamo nelle righe, fa i fatti».

Al Palermo lei ha preso Cavani: chi fece per primo il suo nome?
«A me piaceva da quando ero alla Samp. Con Bigon ne parlai a gennaio perché voleva lascia­re Palermo, poi si lasciò perdere. Un giorno par­landone col presidente nacque l’idea di prender­lo».

Il suo rapporto con De Laurentiis?
«C’è chiarezza. Il giorno in cui mi chiamò dis­se: voglio conoscerla. E io risposi: io voglio farmi conoscere».

Le regalasse Cassano?
«Non c’è spazio in attacco».

Lei allena la squadra di una città che sta vi­vendo una nuova emergenza rifiuti: si parla di rischio epidemia. Che cosa ne pensa?
«E’ un problema che va affrontato in modo forte. Servono risposte forti, non si può accetta­re che in una città bella come Napoli si possa vi­vere una situazione come questa, ora servono fatti concreti».

Che pubblico è quello del San Paolo?
«Un pubblico che ha passione, ma quando fi­schia i propri giocatori li paralizza. Shalimov, ai tempi di Ulivieri, ai primi fischi venne distrut­to. Basta poco per illudersi. Per questo sono prudente con le parole. Non vorrei trovarmi do­mani il titolo, ‘Mazzarri: vinceremo lo scudet­to’».

Lei che titolo propone?
«Una cosa tipo ‘Mazzarri: La crescita del Na­poli sta andando nel migliore dei modi, ci to­glieremo grandi soddisfazioni’».

Non un grande titolo.
«Ma è la verità».

La Redazione

F.C.

Fonte: Corriere dello Sport

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