Tutti a scuola dal Milan: la svolta si chiama senso d’appartenenza

Il senso d'appartenenza va trasmesso dalla società, magari con dirigenti come Paolo Maldini

Il Napoli è in Champions League, non può mai essere un traguardo scontato da queste parti. Abituarsi al torneo più importante al mondo non va bene ma capisco che c’è ben poco da festeggiare con il sogno scudetto sfumato in maniera goffa. Mertens ha ragione, nel post-partita contro il Sassuolo ha fotografato in maniera lucida la situazione.

Dopo la stagione dei 91 punti, in cui la “grande bellezza” del Napoli di Sarri ha combattuto contro la corazzata Juventus che in vari momenti decisivi ha goduto anche di decisioni arbitrali favorevoli, il Napoli ha sprecato l’opportunità di lottare fino all’ultima giornata per lo scudetto con avversari forti ma non irresistibili.

Partiamo da un presupposto: la delusione è legittima, il clima da contestazione è a dir poco eccessivo. Otto minuti folli ad Empoli, il post-partita del Castellani tra ritiri annunciati e revocati, giocatori (gran parte dell’organico) che non vanno sotto il settore ospiti a fine gara, non possono cancellare un’annata in cui il Napoli ha avuto la forza anche di superare tante difficoltà. Basta ricordare il pareggio in casa della Juventus, la vittoria di San Siro nonostante le assenze, la reazione al gol di Pedro contro la Lazio, l’autorevole successo di Verona dopo la sconfitta contro il Milan.

Cori come “Vergognatevi”, “Andate a lavorare”, “Insulti”, “Indegni” e le uova consegnate ad Insigne e Spalletti nei pressi dell’albergo rappresentano una degenerazione che va oltre il limite della legittima delusione.

C’è un dato che sostiene le parole di Mertens: il Milan attualmente primo in classifica spende per gli ingaggi 96 milioni di euro lordi, il Napoli 136, come sottolineato anche da De Laurentiis nelle frequenti interviste realizzate in settimana.

Il Milan dovrebbe rappresentare un esempio per il Napoli perché sta andando oltre i propri limiti grazie ad una risorsa fondamentale nel calcio: senso d’appartenenza. Bisogna andare tutti a scuola dall’ambiente rossonero, dalla società al clima che si respira a San Siro e spesso i due mondi sono collegati.

Il Napoli ha smarrito il senso d’appartenenza, probabilmente l’ammutinamento di tre anni fa in tal senso è un discrimine storico. Manolas che va via a metà dicembre, Insigne (protagonista poi negli ultimi mesi di atteggiamenti esemplari in questa stagione da separati in casa) che festeggia il 4 gennaio, a due giorni da Juventus-Napoli, all’Hotel St. Regis, a pochi passi dalla Filmauro, il trasferimento al Toronto, la sceneggiata dei tweet dopo la sconfitta al Castellani.

All’Inter, dopo il pareggio interno contro la Fiorentina, ci sono stati scossoni, il lavoro di Inzaghi e del suo staff è stato messo in discussione dalla dirigenza ma il conflitto è rimasto nelle segrete stanze senza che degenerasse in un terremoto esterno allo spogliatoio. Ammutinamento con Ancelotti, post Verona-Napoli con Gattuso e la complicata settimana dopo il ko di Empoli con Spalletti sono tre indizi che fanno una prova: la società fatica a gestire i rapporti interni, i momenti di difficoltà.

Il senso d’appartenenza dovrebbe diventare un valore condiviso innanzitutto a Castel Volturno, magari con l’ausilio di dirigenti come Paolo Maldini che sanno trasmetterlo, e poi potrebbe essere trasmesso all’esterno ad una piazza inquieta, afflitta dall’inseguimento allo scudetto che manca da 32 anni, colpita dalla frustrazione della mancata vittoria.

A Napoli, quando si è bambini, si fa una scelta: l’amore o la vittoria. È un po’, come ci ha insegnato De Crescenzo, scegliere tra essere uomini di libertà o d’amore. L’uomo di libertà è attratto dal gusto della vittoria, dall’idea che il calcio gli possa regalare frequentemente la soddisfazione del successo della propria squadra del cuore e, quindi, sceglie di tifare per Juventus, Milan o Inter, quello d’amore sceglie l’attaccamento alla propria terra, ha un legame passionale che va oltre presidenti, allenatori, giocatori.

La medicina per tutti è una sola: senso d’appartenenza. Esso permetterebbe alla società e alla squadra di andare oltre i propri limiti e alla tifoseria di recuperare una relazione sana con il Napoli.

Una società con senso d’appartenenza genera empatia e aiuta anche i tifosi. È un circolo virtuoso, bisogna innescarlo prima che sia troppo tardi.

 

Ciro Troise

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