CdS – Sannino: “Dopo aver pareggiato a Torino contro la Juventus vogliamo frenare il Napoli”

Il tecnico senese: "La squadra di Mazzarri è una corazzata"

Ama definirsi “cittadino del mondo” . E il suo mondo è l’Italia, girata in lungo e in largo prima da calciatore e poi da tecnico. «Sono nato a Ottaviano, vicino Napoli, a 12 anni mi sono trasferito a Torino. Quando gioco a Napoli mi dicono “i tuoi familiari”, quando vado a Torino quello sono “i miei amici”. E’ bello così» . Il viaggio di Giuseppe Sannino non è finito a Torino. Da lì, giocando, Varese, Milano (con la storica Milanese 1920), passando per Lodi, Pavia, La Spezia e Voghera. Poi, da allenatore, anche Monza, Como, Biella, Bolzano con il Sud Tirol, San Giovanni Valdarno, Cosenza tanto per fare un po’ di sud, Varese da allenatore costruendo il miracolo della B e Siena. Finalmente la serie A: dove Giuseppe Sannino gioca a fare il topolino contro l’elefante, Davide contro Golia. E lunedì, a Viareggio, il tecnico della squadra toscana ha ritirato il Premio Scirea, senza nascondere l’emozione. «Parliamo di un’icona del nostro calcio, grande esempio di professionalità e moralità». Giuseppe Sannino lo guardi dentro gli occhi e scopri che nello sguardo di questo neofita del grande palcoscenico, estremo cultore del lavoro – uno che zitto zitto ha fermato la Juve al Torino e va a giocarsi la semifinale di Coppa Italia contro il Napoli – c’è voglia di arrivare. E c’è know-how . Ditegli pure sacchiano, le sue origini sono quelle e le sbandiera. Ma con grande pragmatismo ti dice che, con la stessa facilità, si sente anche un po’ trapattoniano, un po’ capelliano, un po’ lippiano. E si dichiara ammirato del calcio di Luis Enrique. La Roma sarà il suo prossimo avversario in campionato, nel posticipo di lunedì prossimo. E chissà che Sannino non mediti un altro bello scherzetto: lui che non sa nascondere di amare le favole…

 

In A a 54 anni? E’ come se l’aspettava?
«La serie A quando la guardi da lontano ti sembra uguale al tuo mondo, almeno sul campo. Ed è così. E’ tutto quello che ti circonda ad essere diverso. E devi imparare a gestirlo. Cambiano le pressioni, le responsabilità».

Sta imparando, ha imparato?
«Pian piano si fa tutto e io ho un modo di dire: centesimo dopo centesimo diventi ricco. Lo applico su me stesso e sul mio Siena. Sa qual è la verità? E’ che mi sento un fortunato e in tanti che vivono questo mondo dovrebbero sentirsi così. Chi dirige un gruppo ha sempre grandi responsabilità: ma io faccio la vita che avrei sempre voluto fare».

A che punto è il progetto Siena?
«Non mi piacciono i progetti. Sono un pragmatico quando mi muovo su questo terreno: risultati immediati. E mi spiego: arrivare qui dopo Conte non è stato facile. Avevano stravinto, ma era un’altra categoria e non lo dico per sminuire il lavoro di Conte che è stato straordinario. Abbiamo dovuto resettare, con la società l’obiettivo dichiarato è stata la salvezza: anche all’ultimo minuto dell’ultima gara. Questa deve essere la mentalità: correre e lottare sempre. Lo dico dal ritiro». 

Però ha fermato la Juve…
«Giocandocela, ci tengo a dirlo: perché siamo andati lì con il trequartista dietro Destro e Calaiò, non una punta e mezza. Poi abbiamo arginato Pirlo e… è andata bene, dai. Guardate che giocare in quello stadio mette pressione: vedi le foto attaccate ai muri, le massime di tanti grandi campioni. Sono valori che contano: cuore, passione, sacrificio. Poi ne parli ai tuoi e ti dicono che sei un prete. Finché non respirano un’atmosfera come quella di Torino, che ti toglie il fiato».

Ma quel mano di Vergassola le ha rovinato la festa?
«A me no. Io capisco che un grande direttore come Marotta, che conosco dai tempi di Varese, e che una grande squadra come la Juve – a cui auguro di tornare a vincere anche in Europa – possano recriminare per un fallo che a vederlo può starci. Ma a me piacciono le favole e quindi mi piace pensare che un topolino possa sottrarre un pezzo di formaggio all’elefante che potrebbe schiacciarlo».

Il topolino è in semifinale di Coppa Italia con il Napoli. Ci pensa all’Europa?
«Il topolino, Davide contro Golia, fate voi: è la verità. All’Europa non penso proprio e non devono pensarci nemmeno i ragazzi. Se siamo arrivati fin qui è proprio non pensando, è proprio tenendo la testa sgombra. E spesso facendo giocare chi veniva utilizzato meno. Siamo passati per Torino, Palermo, Chievo, Cagliari: un bel cammino». 

 

Insomma, tenendo la testa sgombra, giocando al topolino, chissà che non riesca il miracolo?
«Sbarazzini, magari qualcosa succede. Il problema è che ora la città se lo aspetta e non deve essere così. Con il Napoli c’è la doppia partita, sarà durissima».

Le piace la definizione di sacchiano? Ci si riconosce?
«Sì, perché ho iniziato con Sacchi e lui ha cambiato il modo di far calcio. E’ stato osannato, ma anche duramente criticato. E invidiato: vinceva ovunque… Però attenzione, perché io dico di sentirmi anche un po’ trapattoniano. E capelliano. E lippiano. Questa è gente che ha fatto la storia del calcio vincendo, da loro bisogna prendere qualcosa: penso al pragmatismo del Milan di Capello, serio, severo e vincente. Al Trap che nella sua Juve e nella sua Inter ha infuso goliardia e lavoro, a Lippi e alla sua squadra bianconera granitica che faceva la guerra con tutti. E arrivo ai giorni nostri».

Prego…
«Luis Enrique. E guardi che io lo dico dall’inizio, quindi ho titolo per continuare a dirlo. Il suo calcio è nuovo, rischia con i giovani. E brave la Roma e la città ad attenderlo». 

Lunedì le tocca la Roma. Preferirà incontrare quella di Cagliari, che quella che ha sdraiato l’Inter…
«Le rispondo così, da esteta del calcio: vada a rivedersi le occasioni da gol della Roma contro il Cagliari. E se ne riparla. I giovani ti danno imprevedibilità, quando arriverà anche la forza mentale saranno dolori per tutti».

A proposito di gol. Destro è un talento?
«Sì, è un talento: lui ha una grande tecnica di base, può migliorare fisicamente e nel lavoro con il partner d’attacco. E se vuole meritarsi i grandi club che gli stanno intorno (e la Juve c’è eccome nella lista, ndi ) deve stare tranquillo, lui e i media che lo raccontano. Lo scriva per favore, tanto lo dico sempre».

Quanto manca alla salvezza?
«Tantissimo. Noi siamo votati a correre e lottare e lo facciamo dall’inizio dell’anno. Non possiamo fermarci». 

Fonte: Corriere dello Sport

La Redazione

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