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La difesa azzurra non prende gol da 470 minuti

Adesso Mazzarri può puntare su buone alternative difensive

Cos’è cambiato, rispetto a un mese fa? 29 gennaio, che nel calcio sta per l’altro ieri: un’ora e passa di gioco e tre reti che disorientano (pardon, tramortiscono). Ciò che resta del Napoli, in quel «Marassi» improvvisamente grigio, è la polvere delle rovine d’una difesa di cemento, un muro umano sgretolatosi ancora, di nuovo, per il ventiquattresimo gol in appena ventuno partite. La verità – raccontano – sta nel mezzo: ma cinque partite dopo, Marassi è un falso storico, un errore della natura, uno scarabocchio che va avanti da settembre scorso e che ora viene cancellato via. Il muro di Napoli rieccolo qua, quattrocentosettanta minuti di assoluta affidabilità, piccoli graffi per la paura – il colpo di testa di Pazzini, brrr… – e una sicurezza percettibile ad occhio nudo.

DUE ANNI FA – Tutto torna: perché due anni fa era già successo di verificare la solenne disponibilità di quei corazzieri al sacrificio, l’impermeabilità di una struttura al di sopra delle parti, quasi pure al di sopra di ogni concorrente. Accade, ma guarda un po’, proprio mentre il “generale inverno” entra nel vivo, tra dicembre e fine gennaio, e sono sei partite lasciate scivolare via come l’olio, anche se gli antagonisti non rappresentano il top della prolificità e il bavaglio va messo ad esseri normali, non a mostri sacri.

 

REPETITA JUVANT – E sì, giova eccome: l’anno scorso la Champions è figlia dei gol di Cavani ma anche di una retroguardia che, seppur a scaglioni, dà il meglio di sè. Il top è nelle quattro giornate consecutive (Juventus, Fiorentina, Bari e Sampdoria), però spesso e volentieri alla porta di De Sanctis c’è una password segretissima e la striscia di tre partite inviolate diviene quasi ciclica: con Brescia, Parma e Cagliari; con Palermo, Genoa e Lecce; con Cesena, Roma e Catania. E’ la somma che fa il totale, insomma.

 

L’IDENTIKIT- La miglior difesa va all’attacco di se stesso mette in fila i propri precedenti, insegue il personalissimo record – cinque gare, dunque manca poco – e soprattutto irrobustisce i sogni, affidati a quel mini esercito di corazzieri che formano la struttura portate.  Da Marassi all’Inter, Mazzarri ha ruotato quasi l’intero pacchetto arretrato, ha concesso a Rosati il piacere del debutto in campionato contro la Fiorentina, s’è chiaramente affidato al nucleo storico composto da Campagnaro-Cannavaro-Aronica, ha potuto verificare la costante crescita di Britos, ormai dimentico dell’incidente dell’agosto scorso e s’è pure concesso due serate tenerissime osservando Gianluca Grava, trentacinque anni dei quali otto d’azzurro vestito, nella sua splendida forma.

 

RAGAZZI CRESCONO – Alle spalle dei titolarissimi e delle prime scelte attuali, scalpitano e per il momento osservano due giovanotti argentini, sui quali Mazzarri ha fiducia, nonostante il minutaggio: Federico Fernandez e Ignacio Fideleff giocano pochino, quasi niente, ma la considerazione dell’allenatore è stata loro ribadita a più riprese, nel chiuso dello spogliatoio. Fernandez può confrontarsi ripensando alla doppietta rifilata al Bayern Monaco, all’Allianz Arena, mentre a Fideleff risuonano nelle orecchie le parole di Mazzarri, incurante dell’errore fatale di Verona, la concausa di quell’1-0 per il Chievo nel giorno dell’abbondante turn-over: «Ma Fideleff, sino a quel momento, era stato il migliore in campo». Ora, davanti, c’è un muro anche per loro.
Fonte: Corriere dello Sport
La Redazione
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