La storia di Lorenzo: tutto partì sognando la maglia di Diego…

La storia del predestinato comincia in una stanza di una casa di Frattamaggiore. Dove, da qualche parte, in un cassetto è conservato uno dei pezzi più pregiati dell’album dei ricordi della famiglia: la foto di un ragazzino in maglietta e pantaloncini immortalato di fianco a una coppa. Una coppa quasi più alta di lui: Lorenzo Insigne, che all’epoca aveva 9 anni, era appena stato premiato come migliore giocatore di un torneo disputato a Torino. Predestinato, appunto. Un bambino d’oro. Un Nano d’oro, con la “a” al posto della “i” che altrimenti trasformerebbe la storia in quella di un Nino de oro. Per carità, si fa per dire, per giocare con le parole, perché lui è Lorenzo e l’altro non si nomina neanche. Anzi, il titolo del primo capitolo è proprio questo: Maradona non si tocca.

DIEGO NO, EH!– E allora, alle origini di Insigne. Alle radici del fenomeno che, ancora prima di cominciare il ritiro e tinteggiare di classe pura il quadro azzurro, ha fatto impazzire una città per talento, genio, natali, suggestioni. Un mix legato dalla voglia di trovare un figlio verace di Napoli che sia in grado, un giorno, magari e chissà, di trascinare il popolo e regalare spettacolo e trionfi. Al San Paolo, il tempio. C’è da scommettere che, in questo momento, allo scugnizzo Lorenzo nessuno direbbe no. Eppure, certe cose non hanno prezzo: “Sarebbe fantastico averla?” , disse un giorno Insigne con un filo di voce al suo manager, Antonio Ottaiano, davanti a una vecchia maglia azzurra indossata da Maradona. “Levatelo dalla testa” .
L’INIZIO- Stop e via. Riavvolgere il nastro, please, fino all’anno precedente al torneo di Torino: è il 1999, Lorenzo ha 8 anni e papà Carmine, ex attaccante delle giovanili della Casertana di Beppe Materazzi, strappato al calcio da un padre sfiduciato nei confronti dell’attrezzo e votato al lavoro, lo iscrive insieme con il fratello Antonio alla Scuola Calcio Olimpia Sant’Arpino. La saga comincia così, a Frattamaggiore, il suo paese. E nonostante la classe fosse chiara a tutti, le risatine si sprecavano per il fisico minuto e l’altezza.
L’ASSEGNO– Ridevano, sì. Ridevano gli osservatori di tanti club milanesi, torinesi, romani. E di gusto rise Giuseppe Santoro detto Peppe, nel 2005, quando lo notò a un raduno di Grumo Nevano: vecchia volpe dal fiuto finissimo, l’allora responsabile del settore giovanile azzurro e attuale team manager di Mazzarri partì all’assalto. “Non sfonderà” , gli dicevano. E lui rideva sempre più compilando l’assegno da 1.500 euro che portava Insigne al Napoli e al Napoli un patrimonio inestimabile. In quell’anno è datato anche l’incontro con Ottaiano, altro scommettitore controcorrente.
QUADERNI PALLONE- Don Carmine, operaio in una fabbrica di scarpe della zona, donna Patrizia e i fratelli (Antonio, Marco e il Primavera del Napoli, Roberto), non stanno nella pelle: lo hanno visto crescere fino a 163 centimetri e a dismisura come giocatore; lo hanno sostenuto nel vivaio, nella Cavese, nel Foggia, nel Pescara e nell’Under 21, e ora sognano un suo gol alla Juve. Al San Paolo. Sognano e ricordano: quando, da piccolo, Lorenzo accartocciava i quaderni di scuola e improvvisava palloni di carta.
COME POCHO E ALE– Oggi è tornato a Napoli e, nonostante stia diventando uomo in fretta, è possibile che in casa continueranno a volare palloni. Continueranno anche i consigli della famiglia, di Grava e Cannavaro – umiltà e poi ancora – e magari anche i tatuaggi. Un vezzo, il suo, come quello di Lavezzi: il Pocho ha superato la ventina, lui la decina. E ha anche convinto suo padre a farne uno: il volto di Lorenzo che esulta con la linguaccia. Alla Del Piero. Il suo idolo. Che magari emulerà con il Napoli: una vita insieme. Linguacce e trionfi.
Fonte: Corriere dello Sport
La Redazione
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