Il calcio italiano stavolta non può sbagliare: è la sua ultima occasione

Un movimento che complessivamente è già in calo di credibilità non può mostrare spaccature e personalismi

La premessa è che il sistema calcio in Italia era già in grande difficoltà, la bella storia dell’Atalanta, il Decreto Crescita, che ha favorito l’acquisto di giocatori dall’estero come Eriksen per esempio, e le ambizioni dell’Inter avevano fatto dimenticare un mondo poco competitivo nella realizzazione degli stadi, nella vendita dei diritti televisivi all’estero e, per quanto compiuto da varie società compreso il Napoli, anche per il settore giovanile.

Il club di De Laurentiis ha il merito di avere i conti in ordine mentre ci sono società senza programmazione, senz’anima, tenute in piedi dal sistema dei prestiti a cui la Fifa vuole dare un freno. È una crisi generale, la serie A soffre la dipendenza dai meccanismi della legge Melandri, la B da quando non è più su Sky è diventata molto più povera, la serie C è composta da troppe squadre e, infatti, in ogni anno si contano i fallimenti a campionato in corso e soprattutto deve fare i conti con lo stesso impianto fiscale della A, una situazione che soffre da anni.

I presidenti spesso ossessionati dall’accumulo di denaro dimenticano la prima regola del calcio: esso esiste grazie ai tifosi, è diventato un business di grande livello, uno dei settori più importanti dell’economia del Paese per il suo seguito dovuto soprattutto alla passione. Non è scontato che ci sia per sempre, la gente può abituarsi a vivere senza pallone se si dovesse spezzare il legame umano tra il calcio e il suo pubblico. Stavolta le istituzioni che governano questo sport non possono sbagliare, devono salvare il pallone sulla linea all’ultimo istante, se subiscono questo gol l’arbitro fischia la fine e si va tutti a casa, naturalmente partendo dai più deboli, da quelle categorie che, non potendo contare sulle pay-tv, hanno bisogno di non perdere l’identità sociale, legata al campanile, all’orgoglio di coloro i quali vedono nella squadra della propria città la rappresentanza territoriale. Il calcio non deve dare prova di spaccature e personalismi, mettere da parte gli egoismi e finora non è stato così. Chi ha paura di retrocedere vuole fermare tutto e risparmiare il più possibile, chi vuole riconquistare i suoi tifosi con l’ambizione cinica di vincere lo scudetto minaccia di ripartire e poi è costretto a fare retromarcia. L’Italia si è fermata, ci sono tanti settori che rischiano un disastro senza precedenti ma l’unico mondo che sbraita, si divide con tanto di critiche reciproche è solo quello del calcio. In questi giorni in situazioni molto più serie abbiamo compreso quanto sia importante il ruolo di mediazione della politica e quanto sia pericoloso il suo assoggettamento all’impresa, le istituzioni del calcio devono dribblare le trappole dei presidenti e mettere al centro una visione che guardi all’interesse collettivo. Hanno bisogno di ripetere la lezione di Rousseau per intenderci. Si riparta solo quando le condizioni sanitarie lo permetteranno ascoltando le indicazioni dei medici, bisogna coltivare il desiderio di vivere anche lo sport senza comunicare in maniera ossessiva continua ansia per i danni economici e soprattutto limitare gli effetti del disastro facendo le riforme che si dovevano realizzare da anni.

Si riducano le squadre in A, B, C e D, si introducano dei criteri semplici e seri per far sì che si riparta in maniera solida nel rispetto delle regole finanziarie, si sostenga l’investimento nei vivai e si controlli che ciò venga fatto in maniera consistente e proporzionale al fatturato, si metta mano in modo serio alla questione degli stadi, con l’aiuto del Governo si approfitti della sosta per rafforzare le difese immunitarie del sistema calcio. Unità, compattezza, senso di responsabilità per avere un volto umano, così i tifosi apprezzeranno e la voglia di pallone diventerà la benzina della ripartenza. Senza tutto ciò, neanche per il calcio andrà tutto bene.

Ciro Troise


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