ESCLUSIVA- John Fultz si racconta a 360° e svela: “C’è stato un contatto con la BpMed”

ESCLUSIVA- John Fultz si racconta a 360° e svela: “C’è stato un contatto con la BpMed”

Iamnaples.it ha incontrato uno dei maggiori precursori del movimento cestistico italiano, quel John Fultz, artista scapigliato del canestro, che negli anni settanta ha scritto la storia di Varese, di Bologna  (sponda Virtus), ma – più in generale – di tutto il basket nazionale. Eccolo confidarsi in esclusiva ai microfoni di Iamnaples.it:

John, hai lasciato un segno indelebile per la pallacanestro nostrana. C’è qualcosa in particolare di cui vai fiero?

“Se posso dire di avere qualche merito? Beh, sono stato etichettato come uno dei precursori del movimento cestistico italiano in compagnia di professionisti del calibro di Gary Shull. Questo è motivo di grande orgoglio per me. Io ero alla Virtus, mentre Shull era un asso della Fortitudo Bologna. Ho aderito con tutto me stesso alla hippie generation…

Infatti, i supporters delle V nere ti ricordano sempre con grande affetto…

Quando giocavo in Emilia, nella “Basket City”, trascorrevo il sabato sera a Piazza Azzarita, in compagnia di quegli stessi tifosi che al palazzetto dello sport mi acclamavano settimanalmente. Ero uno di loro e  nonostante le ore piccole, riuscivo comunque a farmi “perdonare” grazie alla notevole quantità di punti che mettevo a segno in ogni gara. Pensa che l’indimenticato avvocato Porelli (storico presidente della Virtus, ndr) si preoccupava del mio singolare stile di vita al punto che per un periodo organizzavamo insieme le nostre uscite, cosi che potesse controllare personalmente le mie proverbiali intemperanze. Eravamo ospiti di un locale bolognese, il Flamengo, ed incontravamo abitualmente personaggi illustri del calibro di Giancarlo Ugolini e la bellissima Gloria Guida.

Sappiamo dunque che eri un volto noto della movida bolognese. C’è qualche personaggio noto a cui resti particolarmente legato?

Ero molto amico di Lucio Dalla, un accanito sostenitore della Norda Bologna.  Spesso ci dilettavamo a suonare insieme. Lucio mi diceva che avevo la tempra della rock star, e spesso cantavo accompagnato dalle sue note. Purtroppo però, per stessa ammissione di Dalla – non ero dotato vocalmente per poter dare un senso artistico alle splendide esibizioni del grande maestro bolognese. Me la cavavo meglio sul parquet. Per quanto la mia vita somigliasse a quella di un rocker “maledetto”, la vera star della era Vasco Rossi. Ancor prima di diventare famoso – quando io, invece, nel pieno della notorietà ero circondato da fanciulle deliziose – Vasco mi diceva: “Un giorno anche io avrò tutto questo”. Aveva ragione. Ho rincontrato Vasco qualche anno fa a Bologna, ma purtroppo non si ricordava di me.

“Mi chiamavano Kociss” è il tuo secondo prodotto letterario. Qual è il messaggio che la tua opera vuole comunicare?

È un libro scritto con il cuore, con tanta semplicità e voglia di arrivare all’anima dei miei lettori. I critici dicono che tutti i giovani dovrebbero leggerlo. Parla della mia vita,  della mia carriera di cestista, ma si sofferma sulle mie debolezze, sulla droga, che mi ha tormentato. Promettevo bene come giocatore: ricordo le mie sfide al college con Julius Erving (campione Nba, ndr), il “Dottor J”. Era il mio più grande rivale. Se io ne mettevo 40, lui rispondeva con 30 punti, e viceversa. Ma non è mai riuscito a schiacciare sopra la mia testa (ride, ndr).  Avevo un grande talento, ero addirittura stato selezionato dai Los Angeles Lakers, che poi però, preferirono tirarsi indietro perché vennero a sapere del mio problema con la droga. Ripeto, era la hippie generation, ci consideravamo tutti fratelli e cercavamo di trascendere con la mente e con lo spirito grazie a queste sostanze chimiche nocive per l’organismo. Oggi ho imparato che si possono raggiungere altre sfere di sensibilità anche grazie allo yoga, al Tai Chi, ma non di certo con la droga! È questo che tento di spiegare ai giovani nel mio libro! Mi rivolgo a loro, mi soffermo sull’importanza della vita, dello sport e della propria salute. Il grazie più grande lo devo a coach Dan Peterson, un guru del basket qui in Italia. Quando ero a Bologna, Dan mi ha aiutato ad emergere, ha avuto a cuore la mia storia di vita. Devo tanto a quest’uomo che mi ha permesso di uscire dal baratro della droga. Se ora ho cambiato vita, il merito è suo.   Ma il libro  – prosegue Fultz –  parla anche delle mie avventure, di una vita vissuta sempre a cento all’ora. Pensa che la “Universal” mi ha confidato di volerne fare un film, dopo che la stessa opera sarà uscita anche negli States.

John, un tuo giudizio sugli italiani che stanno sgominando oltre oceano.

Beh, Bargnani, Belinelli e Gallinari sono giocatori straordinari, non credo che dovranno tornare in Europa a cercare un contratto. Giocheranno sempre in Nba. Non so chi sia il più forte dei tre, di sicuro il più versatile è Bargnani. Con un trio così, la Nazionale italiana entra di diritto tra le più forti d’Europa. Quello che manca però è un grande creatore di gioco, un play maker altruista che possa servire questi formidabili campioni.

A tal proposito, tuo figlio Robert (play maker Teramo Basket), potrebbe fare al caso di Coach Pianigiani…

Assolutamente si! Robert  ha le carte in regola per fare grande il quintetto azzurro, e ovviamente, con la massima onestà intellettuale tengo a precisare che non lo dico perché si tratta di mio figlio.  Purtroppo Robert, come si suol dire, non getta fumo negli occhi, è un fuoriclasse silenzioso. Sono certo che potrebbe fare bene finanche in Nba. Sa giocare la palla. È un grande play maker, anche in virtù del numero smodato di assist che fornisce ai compagni. Basta chiedere al giovanissimo Achille Polonari, gioiellino del Teramo Basket che sa bene come sfruttare i suggerimenti di Robert. Purtroppo nel mondo della pallacanestro, così come in generale nella vita, vengono privilegiati i cannonieri, non gli altruisti. Vale chi segna e i leader “tattici” come mio figlio vengono sostenuti dai tecnici piuttosto che dai tifosi. Robert non è appariscente, ma determinante!

Robert Fultz, classe ’82, ci sono prospettive di basket mercato importanti?

Me lo auguro, merita una grandissima franchigia. Secondo quanto mi risulta, credo che presto potremo vederlo con la casacca di una tra Milano e Virtus Bologna.  I grandi coach conoscono bene il valore del giocatore.  

Capitolo Basket Napoli, segui le vicende della nuova Bp Med? Ci sono stati contatti con il presidente Calise?

Ho conosciuto l’attuale presidente e addirittura – rivela clamorosamente coach Fultz – qualche mese fa ho avuto contatti con la dirigenza. Una figura dell’entourage partenopeo mi ha parlato di un mio eventuale inserimento all’interno della società napoletana. Si parlava di un mio possibile incarico come coach del settore giovanile. Contatti informali – tiene a precisare con perizia un disponibilissimo Fultz – non c’è mai stato un avvicinamento concreto. Infatti , non so quanto possa  essere fattibile la cosa.

Insomma, se arrivasse una chiamata da parte del Napoli Basketball lei non rifiuterebbe…

Di sicuro posso dire che da parte mia c’è la più totale disponibilità a collaborare con la nuova Bp Med, vorrei potermi sdebitare con questa splendida città che mi ha accolto come un figlio. Come si dice, “vedi Napoli e poi muori”. Sono felice di vivere qui (oggi lavora come insegnante di inglese, ndr) ed è vero che gli stranieri che arrivano a Napoli, poi fanno fatica a lasciarla.

C’è un ruolo in particolare che le piacerebbe svolgere? Dov’è che John Fultz può dare il meglio di sé ora che non può più fornire il suo contributo sul campo?

Vorrei lavorare per i giovani, credo di avere questo dono. Dopotutto, ho già fatto questo a Bologna, sempre sponda Virtus. Tirammo su ben sette campioncini, quando la dirigenza credeva che avremmo portato in prima squadra al massimo due ragazzini. Quando allenavo invece i giovani di Firenze, ho avuto occasione di gestire la crescita del piccolo Kobe Bryant (il padre giocava a Pistoia, ndr).  Un assoluto talento! Kobe  sapeva andare a canestro ancor prima di nascere. Strepitoso. Chiedevo a me stesso: “Ma dove arriverà?”. Comunque sia, non so se Napoli avrà intenzione di creare un settore giovanile importante, io mi auguro vivamente di sì. Pur non seguendo tantissimo le vicende sportive della BpMed, spero che la squadra riesca a vincere i playoff e tornare nelle categorie che più competono ad una piazza calorosa ed esigente come quella partenopea.

Grazie di cuore John! E in bocca al lupo per il tuo libro.

Grazie a te, speriamo di assistere alla rinascita del basket napoletano così come è avvenuto per il calcio! Un saluto a tutti i lettori di Iamnaples.it.

 Servizio a cura di Giovanni Ibello.


La redazione di IamNaples.it

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