In Italia c’è un disastro arbitrale: serve la “rivoluzione” dei presidenti

In Italia c’è un disastro arbitrale: serve la “rivoluzione” dei presidenti

L’Italia ha adottato il Var in serie A prima degli altri paesi grazie ad un’intuizione dell’ex presidente della Figc Carlo Tavecchio, che si è imposto nonostante l’ostracismo politico di ampia parte del mondo arbitrale. Tra la tecnologia e gli arbitri è difficile che si possa creare un buon rapporto vista questa storica contraddizione all’origine della scelta. Non è un caso, infatti, che in serie B non ci sia il Var, anzi nel campionato cadetto non c’è neanche la goal line technology, siamo al Medioevo con le polemiche sui gol fantasma. De Laurentiis due anni fa, dopo il campionato dei 91 punti e uno scudetto perso anche per errori arbitrali che hanno favorito la Juventus, ha sottolineato che gli arbitri sono una categoria con peso politico che contribuisce anche all’elezione del presidente federale. Il primo passo è abbattere questa stortura: rendere gli arbitri una categoria professionalizzante disciplinata da un bando e magari accessibile anche a possibili candidati dall’estero. Com’è possibile che in un sistema in cui c’è stata Calciopoli, che ha svelato azioni illegittime di pressione soprattutto sul designatore, appena quattordici anni fa, ci sia ancora un uomo a decidere le partite degli arbitri? Nulla succede per caso, neanche che nell’unico campionato in cui si è proceduto con il sorteggio integrale abbia trionfato il Verona, certamente non una delle consuete big.

È inutile concentrarsi solo sul singolo episodio come hanno fatto ieri il Napoli e il Parma e la scorsa settimana la Fiorentina, c’è un sistema che non funziona. Nicchi va verso il suo quarto mandato nonostante ogni weekend proponga un fallimento della categoria arbitrale. A fine campionato andrà in pensione anche Rocchi, Orsato sarà l’unico rappresentante italiano all’Europeo che si gioca anche nel nostro Paese e probabilmente al mondiale in Qatar non ci saranno fischietti del magico mondo dell’Aia. Non c’è uniformità di giudizio perché il sistema con la valutazione degli osservatori arbitrali non rende sereni gli arbitri, andare alla on field review non è stimolato, anzi l’indicazione è che dotarsi della tecnologia per cambiare decisione comporta una diminutio del voto.

Si propaganda la falsa idea per cui si vuole conservare la centralità dell’arbitro di campo e, invece, si è costruito un pasticcio dove in ogni partita ci sono valutazioni diverse. L’indicazione da più di un anno è di evitare la on field review per i contatti in area di rigore ma Calvarese l’ha fatto in Roma-Lazio, Pasqua è stato sospeso dopo i fatti di Juventus-Fiorentina (ha confermato l’inesistente rigore su Bentancur dopo aver visionato al monitor il contatto con Ceccherini), Giua e Di Bello in Napoli-Lecce e Parma-Lazio decidono di non andarci. Al San Paolo, nonostante il richiamo di Abisso al Var, il direttore di gara esclama: “Ho visto io” e va avanti. Nel calcio mediatizzato, che vive solo grazie ai diritti televisivi, si concedono tutte le componenti di una partita di calcio ma non una delle più determinanti come gli arbitri. Serve una “rivoluzione” dei presidenti, colpevoli in questi anni di non aver mai provato a cambiare lo stato dell’arte, che devono chiedere trasparenza. I referti (in Spagna per esempio tutti possono consultarli) e le valutazioni degli osservatori arbitrali devono essere pubbliche così come vanno resi noti i dialoghi tra arbitro di campo e i colleghi in sala Var.

La tecnologia non è solo un fondamentale aiuto ai direttori di gara ma ha trasformato il calcio, è impensabile che nelle condizioni attuali si possano conservare i meccanismi di gestione del potere del passato come se nulla fosse cambiato. Non basta neanche solo mettere mano al protocollo Var che crea delle “terre di mezzo” troppo indirizzate sulla discrezionalità degli arbitri, andrebbe introdotto il challenge per gli allenatori. Si tratterebbe di un intervento da realizzare in secondo piano, prima c’è bisogno di una rivoluzione.

I presidenti non devono limitarsi allo sfogo post-partita ma “rovesciare i tavoli” del sistema innescando un processo culturale per trasformare il mondo del pallone che appare sempre meno credibile sia al suo interno, nel rapporto tra le società e gli arbitri, che in proiezione esterna sugli spettatori sempre più confusi.

Ciro Troise


Ha conseguito con lode la Laurea Magistrale in “Televisione, Cinema e New Media” presso l’Università IULM di Milano, dopo il percorso triennale di studi concluso con la lode a Napoli al Corso di Laurea “Culture Digitali e delle Comunicazioni” all’Università Federico II. Editorialista de “Il Corriere del Pallone”, è giornalista pubblicista da Gennaio 2010. Lavora nell’Ufficio Comunicazione di Reach Italia Onlus.

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