Il Mattino – Addio Chinaglia, bomber dalla vita spericolata

Ieri mattina in Florida si è spento a 65 anni Giorgio Chinaglia. L’ex attaccante e presidente della Lazio era stato colpito da un infarto. Era nato a Carrara il 24 gennaio 1947. Da giocatore iniziò la carriera in Galles, nello Swansea City, poi arrivò in Italia nelle serie minori prima con la Massese (32 presenze e 5 reti) nel 1966-1967 e poi nell’Internapoli dal 1967 al 1969. La squadra alla quale si legò però è senza dubbio la Lazio, dove arrivò nel 1969. Nel 2006 fu stato iscritto nel registro degli indagati della Dda di Napoli con l’accusa di riciclaggio, e nell’ottobre dello stesso anno la Finanza aveva chiesto un’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta sulle irregolarità nella scalata alla Lazio. L’altra sua vita, una cattiva vita, è cominciata a cinquant’anni. A quaranta era ricco e riverito, soldi a palate, residenze principesche, massimo comfort, fascino. Un uomo arrivato, a 38 anni. Giorgio Chinaglia era giudicato uno dei dieci uomini più eleganti al mondo. Amico dei grandi animatori della finanza di Wall Street, andava a cena con Kissinger e Gianni Agnelli. Un uomo di successo, sposato con Connie Eruzione, sorella dell’hockeista Mike, campione olimpionico. Tre figli. Conosciuto come Long John, il nomignolo frutto del fisico, ottanta chili distribuiti su un metro e ottantasei, un gigante, Giorgio se n’è andato in un ospedale della Florida, Stati Uniti: non gli è riuscito il dribbling alla signora morte. Ha lasciato il campo della vita, messo in fuorigioco da un infarto, a 65 anni. Un formidabile attaccante, il calciatore Giorgio Chinaglia. Un ariete, cannoniere spesso incontenibile nei suoi giorni migliori. Ventiquattro gol in 66 partite negli anni napoletani, all’Internapoli allenato da Luis Vinicio, in serie C. Un trasferimento record per la categoria, 100 milioni. Novantotto gol nelle 228 volte con la maglia amata della Lazio («La mia seconda famiglia», amava ripetere la persona vera, non ancora lambita da buffi e denunce), 98 reti e uno scudetto 1973-74. Pulici, Wilson, Garlaschelli, Frustalupi, Re Cecconi, e Maestrelli allenatore. Il suo San Tommaso: l’unico capace di regalargli un minimo d’inquadramento, fingendo di dargliele tutte vinte. La Lazio lasciata in braghe di tela all’improvviso, primavera del ’76. Quasi una fuga su richiesta: la moglie Conni non sopportava più la lontananza dalla sua America.
Sette anni ai Cosmos, calcio da circo, il pallone virtuale, un’idea di Steve Ross, geniale finanziere ex giocatore di football. Il padrone della Warner Communications, proprietaria dei Cosmos. Long John in campo con autentici monumenti al calcio, mitici rappresentanti museali del gioco più bello del mondo: Pelè, ‘o rey, Franz Beckenbauer, il kaiser, Neeskens, l’olandese volante e matto. Chinaglia 213 volte Cosmos e 193 gol a bruciare tutti i record in un campionato senza storia dietro le spalle: Giorgione per cinque anni capocannoniere, quattro volte da re, sulla sua testa la Soccer Bowl. Acquistato parte del pacchetto azionario della Warner, diventò coproprietario dei Cosmos. Duro però poco il sogno americano di Giorgio Chinaglia azionista e dirigente: il Barnum calcistico chiuse nel 1985. In amichevole con la Lazio l’ultima recita dei Cosmos.
Le conseguenze di quell’infarto ce l’hanno portato via proprio nel giorno a lui caro. Il giorno del pesce d’aprile, il massimo per Giorgione, inesauribile amante di scherzi feroci, inventore di burle graffianti come carta vetrata, uno scavezzacollo, uno sfottitore dalla primissima ora. Alla Lazio, nei ritiri precampionato, verità e fantasia, venne indicato come organizzatore di tornei di tiro con il fucile, competitori abituali alcuni compagni di squadra. Fucili veri, non certo a pallini o a cerbottana.
Grande nell’area di rigore e in campo, Long John s’è rivelato una sorta di Giorgio il Breve fuori della linea laterale. Un disastro, tout court, cocciuto confezionatore d’infelici iniziative, intorno ai suoi cinquant’anni. L’inizio della sua altra vita. Brani di un’esistenza da sfortunato bleffeur. Il film degli anni horribilis di Giorgio Chinaglia da Carrara, emigrato a nove anni a Cardiff al seguito del papà minatore nelle cave di Carrara e in seguito lavoratore in una fonderia. In Galles, a Swansea, la prima squadra professionistica. Poi, l’Italia. Massese, Internapoli, Lazio, la Nazionale. Quattordici 14 presenze e 4 gol, poca roba, in realtà, e il vaffa in mondovisione rivolto a Uccio Valcareggi, il cittì, ai campionati del mondo 1974.
Da cinquant’anni in poi, Long John si ritrovò drammaticamente in fuorigioco. Diciamo che si è messo da solo in fuorigioco, lui che aveva cantato nel ’74 «I am Football Crazy», colonna sonora del film «L’arbitro» interpretato da Lando Buzzanca. Gli Squallor gli dedicarono un brano, «Il Vangelo secondo Chinaglia», e Rino Gaetano ne fece il protagonista di «Mio fratello è figlio unico». Fumatore accanito di Marlboro, firmò la sua storia di guai all’atto del ritorno in Italia: nel 1983 il mito applaudito e osannato presidente della Lazio, ceduta poi per motivi economici al professore Franco Chimenti.
Tornò in Italia promettendo alla Lazio titolare di una storia grande e sventurata «assi e vittorie, la certezza di tornare grande e di non essere più Lazietta». Un kolossal con il supporto del finanziere d’oro Mario D’Urso della Lehman Brother. Il kolossal mai girato, fallimento fu. Anzi di più: il cittadino Giorgio Chinaglia raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura della Repubblica di Roma per «estorsione e aggiotaggio nella scalata alla Lazio». Chinaglia è all’estero nel momento in cui viene emessa l’ordinanza. Resta la multa per i reati contestati, 4,2 milioni nel 2007. Il resto è fallo reiterato: Ferencvaros, Foggia, Lanciano, brutte storie. Bruttissima l’ultima: la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli lo accusa di riciclaggio con l’aggravante di «aver agevolato le attività della camorra». La potente cosca dei Casalesi. L’incredibile autogol ai tempi supplementari del cannoniere Giorgio Chinaglia.

Fonte: Il Mattino

La Redazione

P.S.


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